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 2011  novembre 13 Domenica calendario

Il benefattore che fa acqua da tutte le parti del mondo - Mi mostra la lettera che pa­d­re Libe­ratus Mwenda gli ha scritto dalla par­rocchia di Nyaki­pambo, provincia di Iringa, Tanzania: «L’acqua che beviamo è sporca,ci amma­liamo spesso

Il benefattore che fa acqua da tutte le parti del mondo - Mi mostra la lettera che pa­d­re Libe­ratus Mwenda gli ha scritto dalla par­rocchia di Nyaki­pambo, provincia di Iringa, Tanzania: «L’acqua che beviamo è sporca,ci amma­liamo spesso. Vogliamo vivere».La rimet­te nella busta: «Che cosa gli rispondevo? Portate pazienza e continuate a bere quel liquido puzzolente color marrone?». Sil­vano Pedrollo ha risposto a modo suo: elettropompa, pozzo e generatore. «Han­no festeggiato per un mese: non avevano mai visto l’acqua corrente e la luce elettri­ca. Adesso ci sono indigeni che fanno de­cin­e di chilometri a piedi per venire ad am­mirare il prodigio». Di lettere così il proprietario del gruppo Pedrollo, leader mondiale delle pompe idrauliche per uso domestico con sede a San Bonifacio (Verona), 7 aziende, 7 con­sociate estere, 600 dipendenti, 200 milio­ni di fatturato annuo, 6 lauree honoris cau­sa ( due in Albania, le altre in Russia, Geor­gia, Ucraina e Macedonia), ne riceve una, tre, dieci a settimana e a tutte risponde nel­lo stesso modo: «Sì, vi aiuto». Nemmeno una volta ha risposto:«No,non posso».Op­pure: «Vedremo». Dall’Angola all’Ecua­dor, dall’India al Brasile,dal Kosovo al Ni­caragua, dalla Lituania al Burundi, oltre 2 milioni di persone di 47 Paesi del mondo­­ho dovuto contarli io, perché lui non l’ave­va mai fatto- bevono, ma sarebbe più esat­to dire vivono, grazie ai 1.200 pozzi che so­no stati scavati per merito suo. Pedrollo, che in 37 anni d’attività non ha mai chiuso un bilancio in rosso, mai li­cenziato un dipendente, mai chiesto un’ora di cassa integrazione, sa bene che cosa significhi aver sete. «Nel 1974 mi pre­sentai alla filiale della Banca Cattolica del mio paese a chiedere un mutuo per aprire la mia prima azienda. “Che garanzie può offrire?”, mi domandò il direttore. Solo i miei 29 anni e la voglia di fare, gli risposi. “Non bastano”.Qualche giorno dopo les­s­i sul giornale che negli Emirati arabi uni­ti l’acqua costava più della benzina. Salii su un aereo. Mi feci a piedi tutto il Dubai col prototipo di una delle mie elettropom­pe sulle spalle, 48 gradi all’ombra, un’ar­sura terrificante. Negozietto per negoziet­to. Mi chiedevano: “Marel­li?”. Era l’unico marchio italiano che conoscevano. No, Pedrollo, replicavo io. L’assonanza fu la mia fortu­na. Tornai a casa con una valigiata di lettere di credi­to­e l’anno dopo mi feci tut­ti i Paesi del Golfo, dall’Ara­bia Saudita all’Iran». Oggi vende i suoi prodot­ti in 160 dei 202 Stati del mondo, «anche in Abkha­zia e in Transnistria, lei sa dove si trova la Transni­stria? », a dire il vero no, «è una repubblica separata della Moldavia». Elettropompe (ne produce 2 milioni l’anno) capaci di estrarre fino a 10.000 litri di acqua al minu­to. Alternatori in grado di far marciare una fabbrica o di dare elettricità a 2.000 case, «però funzionano col motore a scoppio e siccome il gasolio nel Terzo mondo spes­so è più introvabile e più caro dell’acqua abbiamo appena messo a punto un gene­­ratore di corrente a pannelli solari». È di­ventata l’azienda più copiata del pianeta: «Perdo dal 30 al 40 per cento del mercato per colpa della contraffazione. I cinesi hanno creato centinaia di imitazioni: Pe­drolloo, Pedrolo,Pierollo,Petrollo,Pedro­so, Pedrolla, Petrolla, Peddrola, Pedrolle, Pedro, Pero, solo per citare le più comuni. Ogni innovazione me la copiano nel giro di tre mesi e io devo ricominciare dacca­po. Ci salva l’estetica. Un prodotto italia­no dev’essere innanzitutto bello. È la lezio­ne che imparai a una fiera nel 1974. Aveva­mo uno stand bruttarello. Nel 1975 lo feci ridisegnare a Silvano Bellintani, un archi­tetto che ha esposto al Moma di New York e che a 86 anni gira ancora per l’azienda. I clienti mi dicevano: “Si vede che avete fat­to un salto di qualità”. Eppure i prodotti erano gli stessi dell’anno precedente». Ma è per il suo prodotto migliore, la be­neficenza, che l’industriale veronese s’è fatto conoscere nei cinque continenti, al punto che a Chittagong, capitale econo­mica del Bangladesh, gli hanno intitolato una Pedrollo Plaza. «Però fuori dal coun­try club dov’era stato organizzato il ban­chetto in mio onore un vecchio affamato grattava con le unghie i ve­tri dell’auto per implorare l’elemosina e io,una volta a tavola, non me la sono sen­tita di mangiare». La sensibilità verso i dise­r­edati l’ha imparata in fami­glia. Suo padre Zimerio, un modesto meccanico ed elet­trauto, aveva uno zio, mor­to in odore di santità, che si chiamava don Luigi Pedrol­lo. Il quale era stato il brac­cio destro e poi il successo­re di don Giovanni Calabria alla guida dei Poveri Servi della Divina Provvidenza e come il suo maestro, l’uni­co santo della Chiesa cattolica sottoposto a quattro sedute di elettroshock, era un prete carismatico che aveva dedicato la vi­ta agli ultimi. «Andavo a trovarlo tutte le domeniche. C’erano giorni in cui doveva dire a don Calabria: “Padre,non abbiamo niente da mettere in pentola per i nostri 200 orfani”, e il futuro santo gli risponde­va: “Allora andiamo in chiesa a pregare”, e puntualmente la provvidenza mandava prima di mezzogiorno o un camioncino di cibo o un benefattore con un assegno. Mia sorella Loretta stava morendo di difte­rite. Corsi da don Calabria,che mi disse so­lo: “ Torna a casa,è tutto a posto”.Loretta è ancora viva e i medici non hanno mai capi­­to come abbia fatto a guarire. Solo oggi rie­sco a spiegarmi la frase che don Luigi pro­nunciò quando, da giovane squattrinato, lo informai che avevo in animo di fondare una fabbrica di elettropompe: “Vedrai quanto bene farai con quegli attrezzi lì”». Che quota di bilancio destina in bene­ficenza? «Mah!Di sicuro il 2 per cento dell’imponi­bile, che gode dell’esenzione fiscale.E poi il doppio o il triplo, anche se ci pago sopra le tasse. Più il mio stipendio. Sono occasio­ni che non mi faccio scappare. Nella vita ho avuto troppa fortuna, e vedo le miserie del mondo. L’azienda appartiene a chi ci lavora. Non ho mai ripartito gli utili: li ho sempre reinvestiti in sviluppo e innova­zione. Alla fine del mese mi consegnano la busta paga, come se fossi un dipenden­te. Non fumo, non bevo, non ho né amanti né barche da mantenere e più di una setti­mana di ferie non riesco a farla perché già al secondo giorno mi gira la testa». Ma davvero accontenta tutti? «Per l’acqua sì, immediatamente. Idem per i container da 24 tonnellate di cibo, che spediamo regolarmente. Altri inter­venti più impegnativi, come la costruzio­ne di scuole, ospedali, istituti professiona­li e orfanotrofi, devo un po’ dilazionarli. Ma non respingo mai nessuno. Un giorno all’aeroporto di Fortaleza, in Brasile, co­nobbi un ginecologo camilliano, padre Adolfo Serripierro,il quale mi disse: “Pen­si che le bimbe costrette a vendersi sono così affamate da chiedermi di pregare Dio affinché gli mandi tanti clienti”. Una di loro aveva 11 anni. Era stata abusata dal patrigno e aveva partorito un figlio: laggiù nessuna prostituta abortisce, tanto è in­tenso il suo desiderio di dare l’amore che non ha ricevuto in famiglia. Poi le aveva­no amputato una gamba in gangrena ed era morta. Avvertii un moto di ribellione interiore.È nato così il centro d’accoglien­za con dispensario per le 600 ragazze che padre Serripierro ha tolto dalla strada». L’acqua si trova sempre? «Sì, anche nel deserto. Dipende dalla pro­fondità dello scavo. Le canossiane di Luan­d­a prima dovevano pagare in dollari le au­tobotti per poter dare un bicchiere d’ac­qua al giorno, non di più, a ciascun bambi­no. Oggi ne hanno gratis persino per la doc­cia. Il presidente della Banca mondiale commentò: “Abbiamo stanziato miliardi di dollari per dissetare l’Angola,senza riu­scirci, e guardate adesso che cosa sanno fa­re gli italiani con i soldi di una pizza”». E se a chiederle la pompa idraulica è una comunità musulmana, che fa? «La mando lo stesso, ci mancherebbe al­tro. Per me i bambini sono bambini. È già avvenuto, sia nei Paesi arabi che nel Ban­gladesh, dove con le nuove condotte idri­che siamo riusciti a passare da due a tre rac­colti di riso l’anno e finanziamo gli inter­venti chirurgici contro il labbro leporino ». Come mai in tutti i suoi progetti uma­nitari non manca mai l’Albania? «Tutto nacque alla caduta del regime co­munista di Enver Hoxha. Un amico del Ro­tary mi disse: “Lo sai che in Albania non hanno neppure la carta per stampare i giornali demo­cratici?”. Mandai giù un bi­lico di bobine. Diventai amico dell’attuale premier Sali Berisha. Ora in Albania costruiamo chiese e pubbli­chi­amo gratis i testi per le fa­coltà universitarie di inge­gneria e agricoltura». Ai suoi corregionali gli albanesi non sono sim­patici. Li considerano rapinatori di ville e sfrut­tatori di prostitute. «Certo, se li lasci per strada... Alle mie di­pendenze ne ho 10, fra impiegati e operai, e non mi hanno mai creato problemi. Se faticano a trovare casa, gli firmo io la fi­dejussione. Un nostro ingegnere ha spo­sato un’albanese che lavora qui». Il mondialismo in azienda. «La prima volta che andai nell’Unione So­vietica, portai con me il dottor Roberto Reggiani. Parla così bene il russo che fece da interprete a Leonid Breznev. Reggiani trattava col potenziale cliente in inglese, per agevolarmi, ma io non avvertivo al­cun calore umano in quella conversazio­ne. A un certo punto passò al russo. Non le dico l’entusiasmo del nostro interlocuto­re: “ Ma lei conosce la mia lingua?”.Finim­mo a concludere affari fra canti e vodka nella sua dacia a 20 chilometri da Mosca». Questo spiega perché nel suo ufficio esteri vi siano funzionari provenienti da Libia, Algeria, Messico, India, Ar­gentina, Albania, Moldavia, Georgia... «Il primo, Moustapha Tounkara, un sene­galese, lo assunsi dopo averlo visto in tele­visione, al Maurizio Costanzo show . Lau­reato in economia commercio a Verona, era costretto a fare il vu cumprà». Nel suo curriculum ho contato circa 40 fra incarichi diplomatici, premi, com­mende, cavalierati, inclusa la Gran Croce dell’Ordine di San Gregorio Ma­gno, conferitale da Benedetto XVI. «Se mi dicono: “Venga a prendere una me­daglia”... ». Non sa dir di no. «Non bisogna mai dir di no. Fare o non fa­r­e il bene non è una cosa che possiamo de­cidere noi: si fa e basta». Però il Vangelo prescrive: «Non sap­pia la tua sinistra ciò che fa la tua de­stra ». «Tutta colpa del cardinale Ersilio Tonini. “Quello che fai,si deve sapere”,mi ha ordi­nato. Aveva ragione, non c’è altro modo per arrivare a chi ha bisogno. Ho la fortu­na di ricevere tante richieste e di poterle soddisfare». Voleva persino regalare al suo paese una statua di Alberto da Giussano. «Le cose non stanno così. Il Comune mi ha permesso di costruire una passerella aerea che collega due capannoni. In cam­bio mi sono impegnato a finanziare due opere di arredo urbano. Dal municipio mi hanno comunicato che la scelta era ca­duta su due sculture: una dedicata alla Madonna e una a Papa Wojtyla. Ho dato l’assenso. Poi, a mia insaputa, la delibera è stata modificata su pressione dei leghi­sti ed è saltato fuori il monumento al difen­sore del Carroccio. È evidente che una convenzione del genere non l’avrei mai firmata:un’azienda deve rimanere estra­nea alla politica. Ora il Comune opterà per altre opere di pubblica utilità». Andrebbe a scavare pozzi in Cina? «Ci sto provando su richiesta dei salesiani». I cinesi non sono suoi acerrimi nemici? «Una spina nel fianco. Vendono le imita­zioni dei nostri prodotti a un prezzo che a noi non consentirebbe neppure l’acqui­sto della materia prima per farli. Il sinda­co di Qingdao, un’ex colonia tedesca che fa quasi 4 milioni di abitanti, mi ha propo­sto: “Se porta la produzione qui da noi, blocchiamo le contraffazioni”. Allora è un ricatto, gli ho risposto. Ha ammesso che oltre 100 milioni di suoi connazionali sono dediti all’industria del falso.Ho pro­vato a far causa al governo di Pechino. A un certo punto l’avvocato di Shanghai che mi assisteva in giudizio mi ha detto: “È sicuro di poter vincere contro lo Stato cinese con giudici cinesi pagati dallo Sta­to cinese?”. Ho lasciato perdere». Com’è possibile che un imprenditore generoso abbia fatto fortuna? Non ser­ve il pelo sullo stomaco negli affari? «No,anzi c’è bisogno di tor­nare all’etica, negli affari. Se agisci correttamente, il mercato ti ripaga con gli in­teressi ». Secondo lei, l’acqua è destinata a finire come il petrolio? «Sì, è in pericolo. Già ora il 70 per cento dell’acqua po­tabile è localizzata nel 30 per cento del mondo civile. In Germania e in Gran Bre­tagna sono costretti a bersi l’acqua degli scarichi filtrata tre volte. In Italia un tempo bastava scavare nel sottosuolo per 7 metri. Adesso la seconda falda, a 40 metri, spesso è inquinata e bisogna scendere a 80-100 metri per trovare qualcosa di bevibile». L’uomo s’è dimenticato d’essere fatto più d’acqua che di terra. «Sotto il cielo nulla è più importante del­l’acqua. Non dimenticherò mai che cosa mi ha detto un capotribù novantenne di un villaggio vicino a Dekamere, in Eri­trea, dove abbiamo scavato un pozzo per 1.000 abitanti: “Ora posso anche morire. Ho visto tutto”».