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 2011  novembre 13 Domenica calendario

Ritorna il colonialismo Così gli sceicchi si mangiano l’Africa - Gli sceicchi stanno cannibaliz­zando l’Africa nel senso letterale del termine

Ritorna il colonialismo Così gli sceicchi si mangiano l’Africa - Gli sceicchi stanno cannibaliz­zando l’Africa nel senso letterale del termine. Se da un lato la siccità ha messo in ginocchio Paesi come la Somalia, il fenomeno dell’ esproprio delle terre fertili potreb­be infliggere il colpo mortale all’ Africa Nera. Qatar, Emirati Arabi e Arabia Saudita, ricchi di petro­lio, ma minacciati dal deserto, hanno acquistato vastissime di­stese di terreni coltivabili danneg­giando il sistema economico afri­cano. E mentre nelle piazze si fe­steggiano in pompa magna gli an­niversari dell’indipendenza otte­nuta decenni or sono da Francia, Inghilterra o Portogallo, il neo-co­lonialismo perpetrato dai signori del petrolio (e dalla Cina) sta orig­i­nando nuovi guai a un continente che sopravvive tra mille traversie. La gara per il controllo di terre coltivabili è in pieno svolgimento. A denunciarlo è il gruppo di stu­dio canadese Oakland Institute, che spiega come il forte aumento dei prezzi alimentari abbia inne­scato il fenomeno. Molti governi dei Paesi dipendenti dalleimpor-tazionidicibosisonoconvi­ntidel-lanecessitàdiridurrelalorovulne-rabilitàacquistandoaltrovequel-lochemadrenaturanongli once­de. I dati disponibili parlano di vendite (e in alcuni casi di svendi­te) scriteriate. In Etiopia, Mozam­bico, Sudan, Mali, Madagascar e Liberia, circa 80mila kmq sono sta­ti ceduti a investitori del Medio­riente tra il 2004 e il 2009. Stiamo parlando di un’area equivalente a quattro volte la superficie della Lombardia. Operazioni favorite dalla corruzione insita nel siste­ma di nazioni politicamente fragi­li che godono quasi di uno statuto di tolleranza morale. Purtroppo all’orizzonte ci sono altri investitori. Su tutti la Cina e l’India, che hanno acqua in abbon­danza, ma temono che in futuro il loro settore agricolo non riesca più a fornire cibo a sufficienza a fronte dell’esplosione demografi­ca. Tutto questo lascia intendere come gli 80mila kmq ritraggano il prologo di sempre più drammati­­ci scenari futuri. Ciò che è accadu­to ad esempio in Madagascar do­vrebbe far riflettere. Nel 2008 l’al­lora presidente Marc Ravaloma­nana giudicò «offensiva» l’offerta presentata dall’azienda coreana Daewoo per sfruttare l’area di Fa­rafangana. L’anno successivo pe­rò la stessa regione venne ceduta in blocco agli arabi dal neopresi­dente (ed ex disc jockey!) Andry Rajoelina, innescando lo scoppio dei tumulti di agricoltori e pastori diseredati. I militari spararono sulla folla uccidendo 74 manife­stanti. I politici non hanno mai fornito una giustificazione ufficiale. Nel gruppo,purtroppo,c’è anche la si­gnora Ellen Johnson Sirleaf, recen­temente rieletta alla presidenza della Liberia, ma soprattutto insi­gnita lo scorso 7 ottobre del pre­mio Nobel per la pace. Gli espro­pri non godono di un’altra faccia della medaglia da mostrare con or­goglio. L’esodo di intere comuni­tà non viene infatti compensato dalla creazione di posti di lavoro. Chi ha perso la propria sussisten­za non può neppure reclamare il diritto di lavorare le terre da brac­ciante: la manodopera viene affi­data dai nuovi padroni a maghre­bini e yemeniti. Sulla falsariga di quanto accade con la Cina, che per le infrastrutture nei Paesi afri­cani si rivolge ai prigionieri prove­nienti dai temibili Laogai, i campi di concentramento locali. Il caso più recente in Gabon, dove si di­sputerà a gennaio la Coppa d’Afri­ca di calcio: i due stadi di Librevil­le e Franceville sono stati intera­mente edificati dai prigionieri dei lager, maestranza a vergognoso costo zero.