ALBERTO MATTIOLI, ROSELINA SALEMI, La Stampa 14/11/2011, 14 novembre 2011
La rivincita dei gentili parte dalla Francia: “Fanno più carriera” (2 articoli) - La gentilezza paga
La rivincita dei gentili parte dalla Francia: “Fanno più carriera” (2 articoli) - La gentilezza paga. Quindi conviene non solo a chi la riceve ma pure a chi la pratica. Non solo nella vita quotidiana: anche e forse soprattutto in quella professionale. Se sul luogo di lavoro il collega gentile era una volta il babbeo di cui ci si poteva approfittare, adesso è invece quello da tenere d’occhio e magari da imitare, perché farà carriera. Dei miti non è solo il regno dei cieli nell’aldilà, ma anche il posto più ambito nell’aldiqua. Benvenuti nell’era di quello che gli americani, sempre più avanti, hanno già battezzato «soft power». Ieri in Francia si è celebrata la terza Giornata della gentilezza, lanciata tre anni fa dalla rivista Psychologies magazine e da allora andata in crescendo. Quest’anno, in particolare, Psychologies punta sulla gentilezza sul luogo di lavoro, dove in effetti se ne avverte generalmente il bisogno. Risultato, un «Appel à plus de bienveillance au travail», l’appello per più benevolenza sul lavoro, che ha avuto un successo travolgente: l’hanno firmato più di 250 società, fra cui colossi come Groupama, Sodexo o France Telecom, che rappresentano oltre 400 mila dipendenti(lo trovate su http://journeede-la-gentilesse. psychologies.com). Insomma, una grande ondata di gentilezza sta per sommergere gli uffici francesi, dove finora piuttosto il detto consolidato dalla saggezza popolare era «trop bon trop con», troppo buono troppo fesso. Addio al manager duro, cinico e che non deve chiedere mai «perfavore» e men che meno pronuciare un «grazie». L’arroganza non si porta più e l’avidità resta magari una qualità, ma solo se bagnata nel latte dell’umana gentilezza. Gordon Gekko è definitivamente demodé. E’ stato polverizzato dalla crisi, è fallito insieme alla Lehman Brothers, è diventato una reliquia storica come il suo contrario, Fantozzi tremebondo davanti al megadirettore cav. lav. lup. mann. de’ Stronzis. I 250 «patrons» proclamano che «noi crediamo che la gentilezza e la performance economica siano indissociabili» e condannano «le pratiche manageriali nefaste» come fissare obiettivi impossibili, dare istruzioni paradossali e governare attraverso lo stress (altrui, si suppone). Troppo bello per essere vero? Forse sì, ma tentar non nuoce. Si sa che i francesi in generale e i parigini in particolare non hanno fama di essere troppo gentili. Tutti conoscono la massima di Cocteau: i francesi non sono altro che degli italiani di cattivo umore. E tuttavia per la strada, in metropolitana o in fila per la baguette allo straniero non sembra che a Parigi ci siano più villani che a New York o a Londra o a Roma, anche se ce ne sono sicuramente più che a Tokyo, ma solo perché i giapponesi sono di una cortesia sovrumana. Però la Ratp, l’azienda dei trasporti di Parigi, ha lanciato una grande campagna per esortare i suoi utenti a non restare stravaccati anche davanti a donne incinte e vegliardi invalidi né a scaraventare per terra i vicini uscendo o entrando dai vagoni della metro. Quindi evidentemente si avverte un bisogno di gentilezza. Per il professor Emmanuel Jaffelin, autore di un Éloge de la gentillesse , è anche arrivato il momento di ottenerla. Perché oggi, dichiara al Parisien , la gentilezza è diventata «una forma di intelligenza del cuore, il vero forte è quello che dona. Gentile, nel suo senso antico, designava il nobile. La Rivoluzione francese, decapitando il gentiluomo, ha dato alla gentilezza l’occasione di diventare una virtù repubblicana». La gentilezza, insomma, è un valore democratico. E, come spiega Psychologies citando i soliti bizzarri studi scientifici anglosassoni, per almeno sette pratiche ragioni. Eccole: la gentilezza rende felice chi la pratica, rinforza il sistema immunitario, migliora le prestazioni altrui, dà sollievo al dolore, è piacevole, è motivante, è contagiosa. E adesso proviamoci. Per favore, beninteso. ALBERTO MATTIOLI *** Il cacciatore di teste: “L’arroganza non paga” - Eravamo arrivati al punto che gli antipatici e gli scontrosi guadagnavano il 18 per cento in più degli altri. E ci stavamo allenando tutti per diventare antipatici e scontrosi. Ma poi sono arrivati William F. Baker, regista, e Michael O’Malley, professore alla Columbia University Business. Nel saggio Comandare con gentilezza uscito da Aliberti, i due spiegano «che i leader buoni sono buoni leader» e «la gentilezza è un segno di forza». Nell’Italia rissosa c’è un disperato bisogno di buone maniere. Maurizio Bottari, cacciatore di teste (la sua società, Ambire, è attiva a Roma, Milano e Padova) sostiene che il cambiamento è già in atto. I giorni dell’arroganza sono finiti. Che cosa sta succedendo? «Un modello manageriale, molto maschile, intriso di machismo, è entrato in crisi. La leadership è meno verticale, il successo non più il risultato di una sola intuizione. La partecipazione richiede che le asprezze vengano messe da parte. Alla lunga, con le prove di forza, con l’approccio militare del conflitto, non si va molto lontano». Ma nella ricerca di un manager, nessuno include la gentilezza tra le caratteristiche richieste. «No. Tradotto nel nostro linguaggio diciamo: “Si cerca una persona che abbia caratteristiche fortemente integrative”. In effetti, c’è bisogno di empatia. Un tempo era semplice, c’era una catena di comando, partiva un ordine e a un certo punto della gerarchia c’era l’esecutore. Oggi è tutto più fluido, l’aspetto sociale è determinante, non si fa business senza tenerne conto». Che cosa significa gentilezza nei rapporti di lavoro? «Ringraziare un collaboratore che ha ottenutoun buon risultato. Chiedere scusa a un collega, o a una segretaria, se in un momento difficile siamo stati aggressivi. Sta diventando chiaro che l’arroganza non è forza, che produce isolamento, perdita di opportunità e di buone idee». Nel libro di Sophie Kinsella, Ho il tuo numero (Mondadori), una ragazza mette le mani sul telefono di un top manager e scopre che lui non risponde alle email. Gli cambia la vita. A suo nome manda auguri e adesioni a iniziative benefiche. L’azienda alla fine ci guadagnerà. Roba da romanzi rosa? «No, io sono convinto che la rivoluzione gentile sia già cominciata. E la vera svolta l’avremo quando le donne, (con le famose quote rosa) occuperanno posti di rilievo nei consigli di amministrazione. Rispetto agli uomini, le donne hanno un tipo di assertività diversa, basata sulla competenza. Sono per il confronto, non per il conflitto, hanno un’attenzione naturale a quei piccoli gesti che creano armonia e motivazione». E se uno vuole restare vecchio stile? «Non potrà. Il processo è inarrestabile». ROSELINA SALEMI