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 2011  novembre 13 Domenica calendario

UNA TRISTE USCITA DI SCENA


Finisce così, con l’uomo che tanto ama i bagni di folla costretto a scappare da un’uscita secondaria del Quirinale. Con l’uomo della visibilità e dell’apparire costretto a star nascosto da mattina a sera, sempre chiuso dentro: in auto con la scorta, a Palazzo Chigi, alla Camera, a Palazzo Grazioli, al Quirinale.

Così è stato l’ultimo giorno di Berlusconi. Sono le 21,43 quando viene battuto il flash «Berlusconi si è dimesso»: chissà se questi numeri resteranno nei libri di storia. Piazza del Quirinale è una bolgia. La gente che aveva insultato il premier all’arrivo, ora festeggia. Quella gente rappresenta l’intero Paese? No. Ne rappresenta una metà, forse anche abbondante. Ma proprio per questo è lo specchio di un’Italia lacerata da un uomo che voleva unire, e che ha diviso. Anche questa è un’eterogenesi dei fini.

Forse nulla poteva far più male a Berlusconi di quest’epilogo inglorioso, fra gli sputi e le monetine, fra i «buffone» e gli «arrestatelo». A Montecitorio, quand’era arrivato alle 17,24 per trascorrervi i suoi ultimi ventiquattro minuti da premier, era stato circondato da ciò che maggiormente desidera: l’affetto. Anche se era solo l’affetto dei suoi. «Sil-vio Silvio», gli avevano gridato i deputati del Pdl, tutti scattati in piedi. Lui aveva ringraziato alzando il braccio. Ma il volto era livido, i lineamenti tirati.

In quel momento il dibattito sulla legge di stabilità era già iniziato più o meno da un’ora e stava andando avanti in un clima surreale. Della legge che deve salvarci da un crac immediato non fregava niente a nessuno. I parlamentari che intervenivano per dichiarare il proprio voto parlavano nell’indifferenza totale. L’aula della Camera assomigliava a quella di una classe l’ultimo giorno di scuola. Il maestro che avrebbe dovuto riportare l’ordine era Gianfranco Fini. Nel chiacchiericcio generale, nel brusio fastidioso e perfino nel passeggiare maleducato dei parlamentari, Fini dirigeva il caos con flemma burocratica, come se fosse annoiato: ma dentro chissà come gongolava.

I partiti mandavano avanti le seconde linee, tanto nessuno ascoltava. Il primo big a parlare era stato Franceschini e le sue prime parole avevano dato il senso dell’ora segnata dal destino: «Oggi scende il sipario su una lunga e dolorosa fase della politica italiana...». Gli aveva risposto Cicchitto dandogli del fazioso, e certo che se questa è la concordia con cui partono i due partiti che devono sostenere insieme un governo d’emergenza, c’è da farsi il segno della croce.

Ma mentre accadeva tutto questo lui non c’era. Era una sedia vuota tra Giulio Tremonti e Mara Carfagna. A un certo punto Tremonti vi si è seduto sopra restandoci un po’, e chissà che cosa ha assaporato. Quando lui era finalmente arrivato, Cicchitto che stava parlando s’era emozionato e impappinato, dunque era partito l’applauso, lui aveva salutato. Poi s’era seduto, e a guardare le deputate a lui più fedeli, che erano tutte vestite di nero, pareva ch’egli giacesse.

Alle 17,32 Cicchitto aveva detto che bisogna ringraziarlo, perché si è dimesso anche se non era obbligato a dimettersi, e lui aveva annuito, poi aveva applaudito, e allora tutti s’erano messi ad applaudire, anche Tremonti pur se molto timidamente. Berlusconi s’era alzato in piedi e poco dopo, alle 17,48, aveva lasciato l’aula. Allora Fini aveva fatto gli auguri a due colleghi appena diventati mamme e papà ed era scattato un applauso finalmente bipartisan che sembrava il diluvio manzoniano che lava via la peste.

Dove la peste è il clima di odio cui questo Paese è arrivato. Com’è stato possibile arrivare a questo punto? Era mattina - la mattina dell’ultimo giorno del Cavaliere - quando avevamo incontrato un ministro che si era sfogato: «Berlusconi è stato distrutto dai suoi falchi. Gli hanno fatto più male loro di Repubblica». Anche un deputato del Pdl ci aveva poi detto la stessa cosa, e aggiunto che se Berlusconi avesse dato retta a quelli ragionevoli, qualche mese fa avrebbe lasciato il posto ad Alfano, avrebbe tirato dentro l’Udc e si sarebbe salvato. Invece qualcuno lo ha spinto a cercar la bella morte.

Ma è bella? In piazza Colonna, davanti all’ingresso di Palazzo Chigi, dall’ora di pranzo si era formata una piccola folla, che stava dietro le transenne e che non era di gruppi organizzati. Gente normale. Sapevano che dentro Berlusconi era a pranzo con Monti e aspettavano che uscisse: non c’erano le tricoteuses ma qualcuno gridava «in galera». Quand’era arrivata Nannarella, la Pasquino dei nostri tempi, era stata accolta da un’ovazione. Tutto comunque meno doloroso, per il Cavaliere, delle parole che si udivano qua e là da qualche parlamentare del Pdl intervistato in piazza: «L’errore di Berlusconi è stato...». Troppo tardi? Che cosapenserà lui - uomo che vive di affetti personali molto più di quanto si possa credere - di coloro che non hanno avuto il coraggio di andarsene per tempo, e che lo abbandonano solo adesso? Sono peggio loro, per lui, di un Fini. «Non l’ho mai visto ci raccontava alla Camera un suo deputato - tetro come oggi pomeriggio».

Ei fu. Risorgerà ancora? «Questa volta - ci ha detto alla buvette un pezzo grosso del Pd - è finito davvero, e lo sa anche lui». Un giorno (il più tardi possibile, gli auguriamo) leggeremo che da qualche parte un consigliere comunale ha proposto una via Silvio Berlusconi. Perché noi italiani siamo fatti così: prima applaudiamo, poi insultiamo, quindi rivalutiamo. Ai posteri l’ardua sentenza. Per ora c’è un uomo sconfitto, che lascia un Paese rissoso e sull’orlo del fallimento. Che ne sarà di lui, da qui a qualche mese, non è dato immaginare. Da un punto di vista politico, economico, giudiziario e forse anche fisico, perché la botta è tremenda.