DAVIDE JACCOD, La Stampa 12/11/2011, 12 novembre 2011
Così il gioco in scatola è diventato Made in Italy - Monopolisti in erba, investigatori scrupolosi, impavidi generali di carrarmatini
Così il gioco in scatola è diventato Made in Italy - Monopolisti in erba, investigatori scrupolosi, impavidi generali di carrarmatini. Ma anche camionisti galattici, cavernicoli balbuzienti e allevatori di mostri fantastici. Tutti intorno allo stesso tavolo, tutti equipaggiati di dadi, segnalini, pedine, segnapunti. C’è questo e molto altro nella nuova vita dei giochi di società, che anche in Italia iniziano a spezzare il rituale che li vuole relegati negli scaffali dei bambini o per le fumose serate in montagna. A guardarlo da vicino, questo mondo fa scoprire un brulicare di associazioni, editori, autori: un universo sbocciato negli ultimi cinque-dieci anni da Nord a Sud, che si è trasformato da nicchia a mercato e che da culto per appassionati («orgogliosamente nerd», dicono) è diventato un intrattenimento sempre più diffuso anche nel nostro Paese. Da oggi inizia la «Settimana del gioco in scatola», capitanata dalla Hasbro (l’editore di Monopoly e Cluedo) e capace di solleticare quella galassia di gruppi e associazioni che paiono riscuotere sempre più successo, e non tra i bambini: a ingrossare le fila sono giocatori innanzitutto tra i 20 e i 40 anni, che trasformano quella che era la passione di pochi in un hobby che crea una rete (e un mercato) in crescita costante. «Dalla fine degli Anni 90 - spiega Andrea Angiolino, autore di giochi e di libri che ne parlano - c’è stata un’enorme crescita qualitativa dell’invenzione e della voglia di gioco. Prima c’erano poche grandi aziende internazionali che importavano classici e nuove proposte: ora vediamo anche qui tanti editori, con autori capaci di raccogliere successo anche all’estero». E questo non fa che specchiare il crescere del pubblico, di quei giocatori che nonostante la concorrenza del videogioco scelgono il tempo lento di pedine e tabelloni. Non solo tra le mura domestiche, ma sempre più in luoghi che si trasformano in ludoteche: biblioteche, circoli, ma anche piazze e palazzetti. Il Forum di Assago, nei pressi di Milano, per tutto la giornata di oggi si tramuta in una fiera interamente dedicata ai giochi per famiglie. A Torino, tra oggi e domani, la quarta edizione di «GiocaTorino» promette di trasformare il centro commerciale del Lingotto in un luogo dove migliaia di persone scoprono tutto quello che è gioco. «I pionieri degli Anni Ottanta continua Angiolino - adesso si affiancano a un pubblico sempre più vasto. È difficile fare un identikit: si va dalle famiglie che giocano con i ragazzi ai cultori della strategia, passando dagli occasionali che si fanno tentare da una partita. Magari è più difficile trovare chi spende il tempo per leggere 10 pagine di regole, in un’epoca che ci vede sempre più distratti: per questo le occasioni di divulgazione sono preziose e aiutano a scoprire nuovi spazi e modi per il gioco». Un’inversione di tendenza, quindi, rispetto alle ricerche che vedono l’Italia arrancare in fondo alla classifica del tempo speso per giocare intorno a un tavolo. A fare da esempio è (anche qui) la Germania, dove il «gioco per famiglie» ha una tradizione lunga e sfaccettata: vincere lo «Spiel des Jahres», il principale riconoscimento europeo, significa per un editore assicurarsi un posto garantito sotto agli alberi di Natale e arrivare magari a vendere più di un milione di copie della stessa scatola. In Italia i numeri iniziano a non essere quelli di una nicchia: a ottobre alla fiera tedesca di Essen (la più grande al mondo, con 150 mila partecipanti) si sentiva parlare spesso italiano. C’era anche una piccola claque pronta a tifare per il campione nazionale di Carcassonne, uno dei titoli più giocati degli ultimi 10 anni, che si è guadagnato l’accesso alla finale mondiale (ebbene sì, esiste) dopo un lungo percorso: da Palermo ad Aosta sono 1.500 i partecipanti alla «Boardgame League», un campionato che raduna alcuni dei giochi più gettonati e distribuisce titoli italiani in discipline che fino a ieri erano impensabili. «Non è vero conclude Angiolino - che l’intrattenimento elettronico ha ucciso gli altri tipi di gioco. È un bisogno eterno, lo stesso che faceva girare gli antichi Romani con le pedine sempre pronte in tasca: è la necessità di avere piccoli mondi dove sfidarsi, dove mettersi alla prova. Lasciando magari qualcosa al caso, dove chi vince si sente intelligente e chi perde, invece, è solo sfortunato».