FRANCESCO MANACORDA, CHIARA BERIA DI ARGENTINE, La Stampa 12/11/2011, 12 novembre 2011
Bocconi, Scala e grande finanza La Milano di Monti (2 articoli) - La Milano di Mario Monti è prima di tutto un indirizzo - via Sarfatti 25 - dove al secondo piano c’è il suo ufficio di presidente della Bocconi
Bocconi, Scala e grande finanza La Milano di Monti (2 articoli) - La Milano di Mario Monti è prima di tutto un indirizzo - via Sarfatti 25 - dove al secondo piano c’è il suo ufficio di presidente della Bocconi. E poi pochi e sceltissimi luoghi nel cuore della città. Via Solferino, sede del Corriere della Sera che da anni ospita in prima pagina i suoi editoriali. La Scala, dove da buon esponente della colta borghesia meneghina ha frequenza pressoché obbligatoria. Forse un accenno di rimpianto all’angolo opposto della stessa piazza, dove sorge la sede di quella che era la Comit; la banca di cui fu vicepresidente e che abbandonò senza esitazioni dopo qualche ingresso politico di troppo. E ancora, non suoni eccentrico, gli aeroporti: pochi voli nazionali - Roma non è mai stata un forte polo d’attrazione - e molti, moltissimi viaggi che lo portano in Europa con destinazione privilegiata, come è ovvio, Bruxelles. Topografia minima, ma non priva di significati, per un «grand commis» che nella vicenda professionale e politica, spesso proiettata in una dimensione sovrannazionale, è però rimasto legatissimo - lui, nato a Varese - alla sua città d’adozione. Anche fuori Milano, del resto, direttrici fisse e abitudini consolidate. Come le ferie d’agosto a Silvaplana,Engadina, vicina ma assai lontana dai fasti di Sankt Moritz, in un condominio uso a ospitare una fetta della Milano checonta. Oppure, e qui non di vacanze si tratta, i due appuntamenti annuali con il Forum di Cernobbio che l’amico Alfredo Ambrosetti organizza da decenni sul Lago di Como. Lì Monti alimenta e si alimenta di un network internazionale che va dal numero uno del Fondo monetario Christine Lagarde, a Henry Kissinger, a un discreto numero di Commissari europei. «Sempre preparatissimo e profondo nella preparazione e nei suoi interventi - racconta Valerio De Molli, che del Forum Ambrosetti è amministratore delegato -. Non l’ho ma visto con un intervento che non fosse scritto di suo pugno». Non c’è Monti senza Bocconi, dunque, ma con ogni probabilità non ci sarebbe nemmeno l’attuale Bocconi senza Monti. Lui, che a 27 anni saliva in cattedra e allo stesso tempo collaborava con l’ufficio studi della Comit, nell’Università privata milanese ha trascorso quasi tutta la sua vita accademica, fino alla pensione, e ne rimane presidente. Certo, l’economista Monti non ha lasciato un segno profondo nella dottrina. Forse perché, come spiega un suo ex allievo «ha seguito con James Tobin la teoria delle scelte di portafoglio che è stata presto spazzata via dal filone delle aspettative razionali»; forse semplicemente - commenta un suo collaboratore - perché «come molti, con il passare del tempo è diventato più un gestore di cultura che non un produttore di cultura». Resta il fatto che Monti è assai orgoglioso della folta nidiata di suoi laureati che dalla Bocconi hanno assunto un ruolo di primo piano nell’accademia così come nel dibattito pubblico. I nomi? Prima di tutto Guido Tabellini, che con il professore si laureò a Torino ed oggi della Bocconi è rettore; poi figure note come Nouriel Roubini, Alberto Alesina, Franco Bruni, Alessandro Penati e Donato Masciandaro. «E’ un docente importante, che ha formato un’intera classe di economisti - spiega Angelo Cardani, che ha seguito Monti nell’andata e ritorno dall’Università a Bruxelles - «e che grazie a iniziative come l’Igier, lanciata assieme all’americana Cambridge e alla London School of Economics, ha contribuito a riportare in Italia una serie di giovani e brillanti studiosi che altrimenti avrebbero temuto di finire nella palude». Gestore di cultura ma in fondo anche gestore di potere, il Professore, che con il suo stile pacato, ma mai remissivo, si ritrova all’incrocio strategico tra le direttrici milanesi dell’accademia, della finanza, dell’editoria. Fin dai primi Anni 70, quando con la pubblicazione «Tendenze Monetarie» della Comit fa un controcanto puntuto ai bollettini della Banca d’Italia, il cattolico Monti è benevolmente cooptato da quel mondo a parte, di matrice laico-azionista, che ruota attorno alla grande banca milanese e che si esprime soprattutto nelle figure di Sergio Siglienti e di Francesco Cingano della Mediobanca. Sono rapporti che manterrà nel corso del tempo, arricchendoli con relazioni cordiali anche con personaggi assai più schierati di lui nel dibattito pubblico: da Carlo De Benedetti a Guido Rossi, fino a un padre nobile del centrosinistra e del mondo bancario come Giovanni Bazoli, che proprio giovedì ha dichiarato pubblicamente - «è un amico, lo stimo molto» - la sua ammirazione per il Professore. Anche in questo caso la Bocconi ha un ruolo importante. Scorri l’organigramma del consiglio d’amministrazione dell’ateneo e ci trovi il potere bancario - Corrado Passera che guida Intesa-Sanpaolo, l’ex ad di Unicredit Alessandro Profumo, il segretario generale della potente Fondazione Cariplo Pier Mario Vello - quello industriale (Marco Tronchetti Provera, Diana Bracco, Alberto Meomartini), e coesistenze che solo qui si possono verificare, come quella tra il plenipotenziario berlusconiano Bruno Ermolli e Antonio Borges, il direttore del dipartimento Europa del Fondo monetario che curerà il «monitoraggio» dei conti italiani. Se la scommessa del Monti accademico è quello di portare la Bocconi nellasocietà, quella del Monti docente si esplicita nei suoi interventi sul Corriere, il quotidiano che a sua volta ambisce a parlare alla borghesia del Nord. Tiene molto, il Professore, alle due colonne in prima pagina che sempre più spesso - nel gioco della sua proiezione internazionale - finiscono anche sul Financial Times. Sono le sue «prediche» sul modello di Luigi Einaudi, anche se prediche possibilmente non «inutili», chioserebbe forse lo stesso Monti. Anche qui al centro di una Milano che vuole contare e con le armi che gli sono più congeniali. In fondo, spiega un altro dei suoi allievi, «questo è l’impegno che gli si addice meglio: cercare di modificare le cose scrivendo le sue opinioni e sottoponendole al giudizio pubblico». FRANCESCO MANACORDA *** La rivincita dei milanesi sobri e in loden verde - Partiamo da un piccolo dettaglio d’abbigliamento maschile: il cappotto. Quello che Silvio Berlusconi porta appoggiato sulle spalle, stile alla Napoleone Bonaparte (notoriamente da anni colleziona oggetti dell’Imperatore) è il tipico cappotto in morbido e regale cachemire prediletto da «lor scior pien de danee», per dirla con i versi in dialetto di Porta. Ovvero, la Milano esplosa nei favolosi Anni Ottanta che si estende da Montenapoleone alla «Brianza Saudita»; quella che ama esibire successo&potere e detesta ogni moderazione; che, per l’aperitivo, si ritrova in «Montenapo» da Cova o alla pasticceria Sant Ambroeus; per solcare il mare ha la «barca», gioca a golf nei circoli di Monza e Barlassina e, per il Capodanno 2012, ha in agenda o un party nelle ville di Casa De Campo, l’enclave per milionari a Santo Domingo o una cena cotillon e conti da infarto - al Grand Hotel Palace di Saint Moritz. Il forse successore del Cavaliere a Palazzo Chigi e neosenatore a vita professor Mario Monti, è tutt’altro tipo da cappotto su misura in cachemire. Varesotto di nascita, studi a Milano seguendo il percorso tipico dei giovanotti dell’alta borghesia (Berlusconi, nato nel popolare quartiere Isola, ha dovuto faticare ben più) tra il liceo Leone XIII dei gesuiti e l’università privata Bocconi, l’esimio prof Monti, è il tipico milanese che, nonostante la super carriera da Milano a Bruxelles, non ha mai smesso il rigido, eterno, affidabile e persino un po’ noioso loden di color blu (sola variante accettabile del classico verde). Il cappotto in loden è, del resto, la vera divisa per i maschi appartenenti alla borghesia milanese di stampo e tradizione calvinista; quella da ottimi studi anche all’estero, solidi matrimoni, volontariato e parche vacanze in montagna o nelle belle case sui tanto piovosi laghi. Una borghesia solida e colta (spariti gli imprenditori oggi è soprattutto composta da professionisti: medici, avvocati, professori universitari) che già aveva annaspato negli anni del boom di fronte all’impetuosa dei ricchi «cummenda» in paletot di cammello (dai Bonomi ai Rizzoli, dai Mondadori ai Moratti) e che nei lunghi e invadenti anni del berlusconismo, sembrava essere stata spazzata via. Milano 2011, incredibile svolta morigerata! Attenzione, nulla a che vedere con la svolta a sinistra da radical-chic da salotto; per altro, luoghi scomparsi da tempo a Milano. Dopo l’indigestione di Papi girls con borsette Prada e Hermes, delle sciure leopardate alla Santanché, delle domeniche con il Cavaliere in tribuna d’onore del Milan attorniato da scudieri di vario tipo e genere a fine primavera ecco la vittoria grazie anche al voto moderato - su Letizia Moratti (da ragazza studiava al Collegio delle Fanciulle ma in campagna elettorale è stata tutt’altro che sobria) dell’avvocato Giuliano Pisapia. Con l’eschimo in gioventù oggi in loden verde Pisapia, è un tipico esponente della Milano calvinista, quella che ritiene che oggi il vero lusso sia poter girare in bicicletta la città superinquinata e soffocata dal traffico e trova assai volgare quelli con l’auto blu e tanto d’autista in estenuante attesa fuori dal ristorante «Il Bolognese» o dall’hotel Four Season, in via del Gesù. E ora da Berlusconi a Monti. L’uno ha preso il testimone politico da Craxi, l’altro da Spadolini alla guida della Bocconi; l’uno ha, tra Segrate e Cologno, il suo impero tv l’altro è editorialista del «Corriere» in via Solferino; l’uno è stato fotografato in minishort bianchi che passeggiava, mano mano con una giovan fanciulla, tra i catcus della sua megavilla a Porto Rotondo, l’altro ama camminare nelle verdi e solinghe valli dell’Engadina (purtroppo il suo compagno preferito, l’amato golden retriever, non c’è più!). E ancora. L’uno abita nella villona in Brianza acquistata con i primi milioni da nobile casato, l’altro vive in un elegante appartamento, zona Magenta-piazza Piemonte; l’uno ama gli eccessi e le barzellette, l’altro è iperpacato e ipercontrollato (anche se gli amici giurano che ha più sense of humour di quanto lasci intravedere). Anche per stile di vita, senza attardarsi in assai sgradevoli confronti, Berlusconi e Monti rappresentano davvero due facce diverse della borghesia milanese. La messa di Natale a Santa Maria delle Grazie; l’inaugurazione dell’anno accademico della Bocconi, le cene a casa di amici. Compare sempre con sua moglie Elsa (tailleur e taglio di capelli simile a quello di tante altre solide signore di zona Magenta) il prof Monti nelle sue rare sortite mondane: ai ricevimenti in Prefettura, ai concerti di beneficenza organizzati da lady Monti, valente capo-ispettore della Croce Rossa, e alla Prima della Scala. Ovviamente, in quell’occasione, sotto il suo loden, l’impeccabile Mario Monti indossa, come vuole la tradizione, lo smoking. CHIARA BERIA DI ARGENTINE