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 2011  novembre 14 Lunedì calendario

2 articoli – BANCHE. UNICREDIT E LE ALTRE: SE 36 MILIARDI NON BASTANO - Mancano tanti soldi. Gli effetti della crisi continuano a essere scritti (anche) nei bilanci delle banche

2 articoli – BANCHE. UNICREDIT E LE ALTRE: SE 36 MILIARDI NON BASTANO - Mancano tanti soldi. Gli effetti della crisi continuano a essere scritti (anche) nei bilanci delle banche. Se prima erano parole, talvolta pesanti, come quelle pronunciate dall’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, il 28 ottobre in occasione dell’assemblea dei soci di Piazzetta Cuccia («è stato il peggior trimestre che abbia vissuto nel mio percorso professionale», un periodo, «in cui si è temuto e si teme per la tenuta del sistema e di alcuni attori del sistema»), adesso la conferma viene dai numeri. Nei primi nove mesi del 2011 Intesa Sanpaolo, prima banca in Italia per sportelli e vero istituto sistemico nei confronti della struttura produttiva della Penisola, ha registrato un calo dell’utile netto del 12,3 per cento rispetto al medesimo periodo dello scorso anno, passando da 2.200 a 1.929 milioni. Il Monte dei Paschi di Siena, nello stesso periodo, denuncia un ammanco di 60 milioni, pari a un -15% per cento rispetto al 2010 (da 439,9 a 380,5 milioni). E al Banco Popolare mancano 143 milioni rispetto all’anno scorso, essendo passato da un utile netto di 467,078 nei nove mesi a 323,613 milioni (-30,7 per cento). Questo per limitarsi ai tre grandi gruppi bancari che hanno licenziato la trimestrale al 30 settembre la scorsa settimana. Oggi toccherà a Unicredit e a Ubi, ma le aspettative (purtroppo) sono in linea con quanto archiviato dai concorrenti. La tendenza — evidenziata nella tabella al piede di questa pagina — è di avere banche meno ricche, perché tutta l’attività di investment banking, altamente speculativa, che aveva gonfiato i bilanci negli anni passati oggi è praticamente ridotta al lumicino. Non poteva essere diversamente, dopo i disastri della finanza derivata. Nodi di redditività Però oggi le banche non riescono a mantenere il conto economico sui livelli di redditività del passato. Un fatto che, in assenza di attese ma improbabili svolte del sentiment generale e della tendenza di mercato, impone pesanti riflessioni organizzative che trovate riassunte nel pezzo al piede di pagina. Purtroppo a questa contingenza si somma l’inadeguatezza patrimoniale che ha imposto a molti istituti di far ricorso ai soci per rafforzare la struttura patrimoniale. Cosicché gli azionisti delle banche, dopo anni di spensieratezza, traballano: colpiti sia sul versante dello stato patrimoniale che del conto economico. D-Day Tra tutte, l’attenzione maggiore è riservata a Unicredit, la più grande banca italiana, presente in 22 Paesi, l’unica a essere considerata dalle autorità sovranazionali di vigilanza, come una Sifi, ovvero una banca di interesse sistemico, tante e tali sono le ramificazioni dei suoi interessi in Italia e oltreconfine. Dopo il vivace comitato strategico di ieri in Piazza Cordusio, oggi si riunirà in consiglio di amministrazione per assumere decisioni importantissime alla luce delle determinazioni di ieri. Su un punto vi è concordanza: Unicredit farà l’aumento di capitale, non può sottrarsi e varerà una manovra importante, da almeno 7 miliardi di euro. La parola chiave è «almeno», perché la cifra potrebbe essere anche considerevolmente più consistente. I soci principali, le fondazioni, si sono stretti attorno alla banca e parteciperanno compatti all’aumento, anche se il momento non è dei migliori. Anzi. I termini e l’articolazione della manovra sul capitale sono però tutti da stabilire: probabile un parziale ricorso ai cashes, strumenti alternativi di capitale, già sottoscritti in una delle due altre manovre che Piazza Cordusio, reggente Alessandro Profumo, ha licenziato dall’inizio della crisi. Un aspetto particolare è nel comportamento del socio libico, alle prese con il dopo Gheddafi. Vi è un problema di diritto internazionale sulla titolarità delle quote detenute in Unicredit da Libyan Investment Authority (2,594%) e da Central Bank of Libya (4,613%). Un problema complesso. Ma il vicepresidente di Unicredit, Farhat Omar Bengdara, ha recentemente chiarito che la Libia non intende diluire la sua partecipazione in Piazza Cordusio e farà di tutto per partecipare all’aumento. L’operazione si sta definendo. E si annuncia essere una occasione di business (almeno) per le banche partecipanti al consorzio di garanzia. Tra queste quasi sicuramente ci saranno Mediobanca e Deutsche Bank, che fin qui hanno partecipato in qualità di bookrunners a quattro delle cinque maggiori operazioni messe in cantiere nel 2011 (Banco Popolare, Intesa Sanpaolo, Ubi, Mps e Bpm, per un totale di 10,939 miliardi di euro, che stasera potrebbe avvicinarsi a 18,5 miliardi). Strategie Oggi l’amministratore delegato del gruppo, Federico Ghizzoni presenterà anche il piano industriale triennale di Unicredit. Vi sarà impressa una svolta all’operatività del gruppo che verrà focalizzato maggiormente sulle esigenze della clientela, riportando a criteri meno aggressivi sul fronte dell’investiment banking tutta l’attività di Unicredit. Due le parole chiave, da quanto è trapelato alla vigilia: cambiamento e semplificazione. A tutti i livelli, anche nell’organizzazione apicale interna. L’obiettivo per Unicredit è raggiungere un livello di utile che, nel tempo, sia stabile e continuativo. Ma intanto la scena spetta ai dettagli dell’aumento: l’assemblea straordinaria potrebbe tenersi prima di Natale, l’operazione vera e propria scattare a febbraio. Stefano Righi «LA PARTITA A RISIKO SARA’ INEVITABILE» - Con l’attesa riunione di oggi pomeriggio dei consigli di amministrazione di Unicredit e di Ubi, che presenteranno i risultati dell’ultimo trimestre, andranno in archivio i primi nove mesi del 2009 delle principali banche italiane. Tra le attese della vigilia, tutte peraltro in tono dimesso, una considerazione appare evidente: le dinamiche internazionali, unite alle difficoltà incontrate dagli istituti di credito sui mercati interni hanno creato i prodromi di una nuova stagione di consolidamento per il settore. Se per molti mesi l’attenzione degli analisti è stata catturata dalla verifica dello stato patrimoniale per meglio comprendere il livello della solidità degli istituti italiani, tanto che il core tier 1 diventò definizione di uso comune, adesso è il conto economico ad essere passato, con crescente preoccupazione, all’esame della lente. I mercati internazionali non credono più che il settore bancario italiano possa essere ancora redditizio. La Borsa sconta il futuro e se i prezzi delle banche in Piazza Affari sono da penny stock è perché questo appare denso di nuvole e parco di schiarite. Il margine di intermediazione è sceso del 5 per cento rispetto a un anno fa e in quattro anni la perdita di redditività (vedi tabella) è evidente. Anche perché il sistema bancario italiano ha costi estremamente fissi. E tra questi, quello del personale è complessivamente elevato. Ci si avvia — tra un contratto nazionale che non si rinnova con facilità — verso una consistente cura dimagrante degli organici bancari. «È un momento veramente particolare — spiega Gabor David Friedenthal, partner di Value Partners per il settore finanziario — dove a una bassa redditività si affianca una raccolta sempre più costosa. Con la sola eccezione di IntesaSanpaolo, che ha saputo contenere l’offerta, il resto dei maggiori istituti italiani è stato portato pressoché a raddoppiare i tassi riconosciuti sulle proprie obbligazioni rispetto al 2009. Appare chiaro che il sistema sia saturo e debba arrivare a un ulteriore consolidamento e a una semplificazione». Friedenthal non ha dubbi. Il tempo stringe e le scelte a cui sono chiamate le banche italiane sono drastiche. «Il trend dei bilanci è evidente — sottolinea Friedenthal — e continua imperterrito a marcare la differenza rispetto a prima della crisi: la solidità degli istituti di credito non è in discussione mentre la perdita di redditività è lampante, e i costi difficilmente comprimibili. Dal 2008 l’occupazione è scesa di 17 mila unità nel sistema, arrivando a circa 318 mila posti totali alla fine del 2010. Una dinamica che non compensa la rapidità con cui si perde la capacità di generare reddito. La situazione sta rapidamente aggravandosi. Prima dell’estate Intesa e Mps hanno presentato piani industriali che non appaiono, alla luce delle condizioni che si sono successivamente venute a realizzare, facilmente raggiungibili. Se poi consideriamo che il web è diventato, anche per gli istituti di credito tradizionali, uno dei principali canali, tanto che su 33 milioni di conti correnti ben 15 hanno operatività online e il 30 per cento delle operazioni di bonifico sono realizzate direttamente dalla clientela in remoto, ecco che si impone un cambio di passo e una razionalizzazione anche degli sportelli, che sono oggi tra banche e Poste quasi 50 mila. È necessario inoltre avviare un nuovo processo di recupero di efficienza con l’esternalizzazione di servizi importanti come il payroll o la gestione dei pagamenti. In prospettiva, le banche che hanno risorse ridondanti, potranno invece riportare all’interno servizi tattici, come il call center o il recupero crediti». I numeri non lasciano spazio a interpretazioni. Nel 2007 le prime cinque banche italiane realizzarono utili netti per 16.865 milioni di euro, lo scorso anno erano scesi a 5.493 e nei primi sei mesi di quest’anno a 3.482. E i primi segnali relativi all’ultimo trimestre, chiuso il 30 settembre scorso sono in netta flessione rispetto al medesimo periodo dello scorso anno. In una situazione simile, una prospettiva di consolidamento va presa seriamente in considerazione da chi occupa posizioni di rilievo nel mondo bancario italiano. Non ci son soldi per pensare ad acquisizioni: meglio carta contro carta, per costruire un futuro più solido e redditizio. S. RIG.