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 2011  novembre 14 Lunedì calendario

LA PENNETTA A CUORE APERTO: «QUEL DOLORE PER MOYA CHE MI INSEGNO’ A VINCERE»

Tra la prima volta che prende in mano una racchetta (5 anni, a Brindisi: «In casa mia solo il gatto non gioca a tennis») e la prima volta in cui fa l’amore (16 anni, a Roma, lui è il collega Florian Allgauer: «Mio padre mi prende in giro dicendo che sono nata fidanzata...») passano appena 13 pagine di un’autobiografia croccante, ricca di aneddoti inediti, onesta q.b. (quanto basta), spiritosa come lei, Flavia Pennetta, che nei suoi primi 30 anni (la boa verrà solennemente girata il 25 febbraio 2012, da qualche parte sui courts), dagli 11 kg persi per il tifo (pesce crudo traditore) ai 10 kg immolati all’ex n.1 del mondo (maschio traditore), nella vita non si è fatta mancare (quasi) nulla.
La risposta è sì, certo, c’è anche Carlos Moya dentro «Dritto al cuore», tutto ciò che avremmo voluto sapere e non abbiamo mai osato chiedere sulla love story che prima le mette le ali («Lo seguivo come il pifferaio magico») e poi la lascia pelle e ossa («Brutta, secca, provata: non capisco da dove prendo le forze per stare in campo»), l’amore idealizzato s’infrange sulla copertina del magazine che pubblica il bacio del fedifrago alla velina spagnola («Un dolore fisico fortissimo», per non parlare «della figura di merda in mondovisione e della sofferenza che mi consuma dentro come un’erbaccia») tre giorni dopo che Flavia, allertata da un’anima brillante e premonitrice, sogna di trovare Carlos a letto con un’altra. È gossip datato, è vero, ormai il reato di Moya è prescritto, ma la crisi è il fulcro su cui si posa la rinascita. La vecchia Pennetta «senza fidanzato, senza casa, senza sogni e senza progetti» trasforma la rabbia in forza positiva e risultati, Bangkok (14 ottobre 2007) è la svolta, la nuova Pennetta comincia a mettere la palla tra le righe e non si ferma più, però il vero ace al centro è un salto quantico di consapevolezza, game set match a certi buchi neri dell’inconscio: «È sorprendente come crescere sia, in fondo, una questione di prese di coscienza — sottolinea Flavia all’inizio e alla fine del libro —. Non cambia nulla, apparentemente, eppure vedi le cose in modo diverso».
È fantastico, da lì in poi, determinare la propria esistenza e i propri risultati («Ci credo talmente tanto, da rendere possibili gli eventi»: l’entrata nelle top-10, agosto 2009, prima tennista italiana nella storia, le 3 Fed Cup, i tre quarti di finale all’Us Open, la vetta del ranking in doppio con la Dulko), esplorare le vie infinite del pensiero creativo, piacersi per come si è, maniaca dell’ordine e sulla difensiva con gli uomini («Sono diventata più chiusa, più protettiva nei confronti di me stessa»), seria e professionale sul lavoro («Sento una responsabilità nei confronti del mio tennis»), zavorrata dalla sensazione di non aver studiato abbastanza (diplomata in ragioneria «e tragicamente consapevole di tutta la mia ignoranza»), avvitata alla Puglia e alla famiglia («Mi salva sapere chi sono e da dove vengo»): la sorella Giorgia, mamma Conchita e papà Oronzo detto Ronzino, il suo paradigma di coppia («Rispettano le reciproche differenze: anzi, si amano anche per quelle»).
E così, 216 pagine dopo, è una porzione abbondante di Pennetta quella che ci portiamo a casa attraverso i tornei dello Slam, su per i tornanti della vita (la scomparsa improvvisa di Federico Luzzi, amico fraterno, è un altro snodo fondamentale nella costruzione della donna), oltre le simpatie platoniche (Valentino Rossi) e prosaiche (Potito Starace), attraverso la descrizione delle avversarie e l’eterno confronto con l’alter-ego Schiavone, la Franci e la Flavi, come si chiamano tra di loro, non proprio un’amicizia ma un bel rapporto, vero, che avrebbe meritato più delle 5 (cinque!) righe che Flavia dedica al trionfo di Francesca a Parigi, forse più per pudore (di sé) che avarizia.
C’è una bella luce dentro questo racconto dove non manca mai il sorriso, ora che la data di scadenza si avvicina insieme al progetto-famiglia («Due figli, almeno») e che la donna-che-esprime-emozioni-poco-per-volta è pronta, le auguriamo, a gettare la maschera.
Gaia Piccardi