Ranieri Polese, Corriere della Sera 14/11/2011, 14 novembre 2011
QUEL PRIMO ESAME DAVANTI A SCIASCIA - È
dedicato alla madre («Questo libro è per te mamma, in cambio della passeggiata a Mondello che sai...») il nuovo libro di Gianni Riotta, Le cose che ho imparato (Mondadori), ma il vero nume tutelare è il padre Salvatore Riotta, Totò o Totuccio per parenti e amici, morto pochi anni fa. Di tutte le svolte importanti della sua vita, il merito Riotta lo dà ai libri letti e a suo padre. Da lì ha preso le lezioni che contano e durano di più. Per i libri, in testa alla graduatoria ci sono l’amatissimo Orazio (l’Ode della fracta virtus della battaglia di Filippi, e l’Epistola a Bullazio, «chi corre di là dal mare cambia cielo, non cambia animo»), L’isola del tesoro di Robert L. Stevenson, Guerra e pace di Lev Tolstoj e gli scritti di Vasilij Grossman. Dal padre ha appreso la tenacia nel lavoro e l’impegno a non darsi mai per vinto. Orfano di un capostazione morto che lui era appena nato, studente bravissimo che prosegue grazie alle borse di studio, Totò Riotta era diventato giornalista dopo che le sue aspirazioni a una laurea in ingegneria erano state frustrate: all’epoca i baroni dell’università non tolleravano gli studenti lavoratori. Al giornalismo era arrivato quando era stato assunto come speaker alla radio alleata diretta a Palermo da Mikhail Kamenetzky, ossia Ugo Stille, futuro corrispondente dall’America e poi direttore del «Corriere». Era lui, Totò, che spiegava in casa le notizie importanti, che parlava di mafia quando tutti sull’isola dicevano che era un’invenzione dei giornali del Nord.
Storia di un’educazione, Le cose che ho imparato segue la cronologia dagli anni Cinquanta (Riotta è nato nel 1954, un figlio del baby boom) più o meno fino a oggi. Un capitolo, a metà del libro, si ambienta nella sede del «Sole 24 Ore», di cui Riotta è stato direttore fino al marzo di quest’anno. È lì che gli capita in mano il saggio di uno storico, Guido Panvini, Ordine nero, guerriglia rossa (Einaudi), sulla violenza politica degli anni Settanta. Cita, Panvini, un volantino del Fronte della gioventù di Palermo che dava nomi, indirizzi e telefono di casa degli studenti comunisti. E fra questi c’è lui, denunciato da un ragazzo fascista che abita nello stesso palazzo. Con il riaffiorare di quel fatto di quarant’anni prima, torna la sensazione della paura, della perdita di ogni sicurezza, del sentirsi indifeso di fronte al male. E la paura è uno dei temi che attraversano tutto il racconto di Riotta, che costella i ricordi di quando ragazzino decide di attraversare il territorio controllato da una banda rivale, oppure di quando, reporter inviato a Trinidad nel 1990, non si ripara mentre gli insorti islamici sparano. Gesti di coraggio o di audace incoscienza? Se il principe Andrej che, alla battaglia di Borodino, va sulla linea del fuoco e si dice «io non posso avere paura», il vero coraggio, scrive Riotta, è un altro, è il coraggio morale di chi non punta all’effimero tutto e subito, ma che continua a resistere anche quando tutto sembra perduto.
Libro di ricordi, o meglio delle «cose salvate tra le cose che ho visto», ne Le cose che ho imparato non si trova tutta la carriera professionale di Riotta. Manca del tutto la direzione del Tg1 e quella del «Sole 24 Ore» è presente solo per accenni. Vuol essere, il libro, più il racconto di una formazione che non di un risultato raggiunto. Anche i libri scritti praticamente non compaiono. C’è moltissimo la famiglia con le sue storie intrecciate, il ramo materno, milanese, a cui appartiene il medico Francesco Ferrario che curò i reumatismi di Garibaldi, e da lì viene il nome Anita che si ripete attraverso le generazioni. Anita si chiamava la nonna materna, che diceva che non ci si può ribellare al destino, siamo come l’asino legato alla stanga, che gira intorno al pozzo bendato. Ci sono i ricordi di scuola, l’esame di maturità affrontato da privatista un anno prima (come il protagonista del Garofano rosso di Vittorini). Quel giorno, fra il pubblico, c’è Leonardo Sciascia, inviato dall’«Ora» per scrivere sulla riforma dell’esame. Ci sono gli anni di università, filosofia analitica e i seminari di logica. Più tardi ci saranno i corsi seguiti alla Columbia University di New York, con il ricordo delle telefonate da un apparecchio che non c’è più, al padre in Sicilia, in collect call. Dalla Sicilia, anche lui come tanti, se ne va. Perché, come dice il proverbio, chi esce riesce. E c’è la partenza per nave («quando lasciate per sempre un posto che vi è caro, ascoltate un mio consiglio: usate qualunque mezzo, ma non la nave») con lo strazio dei parenti sul molo. Va a Roma, al «manifesto». E poi, ancora più lontano, New York, il lavoro per altri giornali, l’incontro con Stille che riallaccia così la storia del padre, quasi a chiudere un cerchio del destino. Incontri, interviste, reportage, e nuovi libri, soprattutto quello sull’arte della guerra, scritto dal saggio Sun Tzu vissuto nella Cina del VI secolo avanti Cristo.
Una vita in continua progressione, in ascesa. Ma in un capitolo, in ricordo di un’antica partita di tennis giocata a Palermo quando lui era alle medie, Riotta si interroga sul tema della sconfitta. Un tema amaro, se brucia ancora nella memoria quel giorno in cui fu battuto sul campo da tennis. Eppure, dice, anche dalla sconfitta si può imparare. Si può apprendere che si deve accettare di non essere importanti, di non contare nulla. Lavoro faticoso e doloroso, ma senza il quale non si cresce.
Cita, Riotta, il duca di Wellington, il vincitore di Napoleone a Waterloo: «La più grande disgrazia che possa capitare agli uomini è una battaglia vinta», che suona un po’ come la frase di Teresa d’Avila scelta da Capote per il suo libro estremo: «Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle respinte».
Pensa, forse, Riotta alle sue battaglie non vinte, agli anni difficili alla Rai e soprattutto al «Sole»? Ci vuol dire che anche a lui si è imposta la riflessione dell’antico filosofo cinese Lao Tzu, che raccomandava: «Arrenditi con umiltà, allora potrai avere la responsabilità di tutte le cose»?
Oggi, in un mondo al bivio fra una ipocrita nostalgia del passato (ma era un passato per niente idilliaco, fatto di povertà e disuguaglianza) e una fredda euforia per i progressi tecnologici, che però eccitano timori di apocalisse, Riotta prova a ricordarci che vivere e scrivere hanno un senso solo se si vive e si scrive con amore e dovere. Contro il populismo nato dal crollo delle ideologie, difende gli ideali. E ricorda ai giovani figli della rete che, anche se letto su Internet, Ettore che va a morire nel duello contro Achille continuerà per sempre a commuoverci.
Ranieri Polese