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 2011  novembre 14 Lunedì calendario

PAPI, RIVOLUZIONARI, MINISTRI QUEL VIZIO ITALICO DEL LINCIAGGIO


Di consolante c’è che almeno abbiamo smesso di ammazzarli. Non che ciò redima la pratica del lancio di monetine, però fornisce uno straccio di fiducia nell’evoluzione: ora di qualche secolo e, se tutto va bene, diventeremo un popolo normale.
Per adesso, tuttavia, ci teniamo stretta la palma di virtuosi del linciaggio che la Storia ci ha meritatamente consegnato. Perché noialtri le fiaccole e i forconi ce li abbiamo nel dna. Da che esistono gli italiani (e cioè da secoli prima che nascesse l’Italia) il tratto distintivo questo è: l’innata capacità di dichiarare chicchessia uomo della provvidenza, issarlo sul piedistallo e, una volta trascorso congruo lasso di tempo, da lì tirarlo giù con le cattive.
E per cattive si intende cattive. Tipo condannare a morte uno che era già morto di suo. Accade a Roma, sul finire del IX secolo. Papa Formoso, passato a miglior vita un anno prima, viene dissotterrato, vestito da Pontefice, processato per sette capi d’accusa, condannato alla pena capitale, amputato di tre dita e, infine, gettato nel Tevere dalla folla debitamente sobillata. Tutto perché il nuovo Papa Stefano VI era legato all’imperatore e voleva fare piazza pulita dei sostenitori dei capetingi. Formoso, che a suo tempo si era schierato con Carlo il Semplice, è il primo della lista. E pazienza se è già morto.
Più le cose iniziano bene, più è garantito che finiranno orrendamente. Sintomatiche a proposito le vite parallele di Cola di Rienzo e Masaniello. Il primo, messo a capo della città di Roma a furor di popolo, dal medesimo popolo che lo aveva osannato fino a poco prima è catturato, sottoposto a processo sommario, ucciso, dissacrato, appeso per due giorni davanti alla casa di un barone rivale ed in seguito bruciato. Il secondo prima è l’eroe della gente: arriva un gradino sotto al viceré e prende in mano Napoli. Una settimana dopo, viene ammazzato a schioppettate, decapitato, trascinato per le strade e gettato tra i rifiuti (la testa verrà recapitata quale gradito omaggio agli spagnoli).
Ci piace talmente tanto, il linciaggio, che alle volte ce lo facciamo bastare in conto terzi. Accade a Ferrara sul finire del XIV secolo. Niccolò II d’Este detto lo Zoppo, che a seguito di una politica tributaria oppressiva si è messo contro il popolo, consegna alla folla inferocita il proprio ministro del fisco Tommaso da Tortona, spiegando agli esagitati che la colpa è tutta di costui. I bruti lo prendono, ne fanno carne di porco e smobilitano la protesta tutti soddisfatti.
Le tasse si riveleranno fatali anche per Giuseppe Prina. Ministro delle finanze e risanatore dei conti nel Regno d’Italia napoleonico, viene portato in palmo di mano fino al 16 aprile 1814, quando la notizia dell’abdicazione di Napoleone arriva a Milano. Il popolo non se lo fa dire due volte e prepara la vendetta: quattro giorni dopo la folla irrompe a casa del Prina, lo tira fuori dall’armadio dove si era nascosto, lo spoglia, lo butta dalla finestra, gli cava gli occhi a ombrellate e lo lincia in tutta calma per circa quattro ore in piazza della Scala.
Il resto è storia recente. Da Benito Mussolini appeso a piazzale Loreto e preso a sputi da gente che aveva appena finito di nascondere l’orbace in soffitta a Bettino Craxi, passato in un lampo da idolo delle folle adoranti a bersaglio per le cento lire. Ieri l’altro, è toccato a Silvio Berlusconi prendersi la propria razione e già si scruta l’orizzonte alla ricerca del prossimo uomo del destino da piazzare sull’altare e successivamente abbattere. Non vediamo l’ora.

M. G.