Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 15 Martedì calendario

«L´Italia non è più il paese degli organetti e degli straccioni, degli alberghi a buon mercato, delle mance e dei briganti, delle donne facili e dei manicaretti gustosi», scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1903

«L´Italia non è più il paese degli organetti e degli straccioni, degli alberghi a buon mercato, delle mance e dei briganti, delle donne facili e dei manicaretti gustosi», scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1903. «L´Italia comincia ad accorgersi che i Mantegna e i Lippi hanno valore; fa delle esposizioni di arte moderna; è quotata in Borsa; ha un valore nella politica internazionale; è temuta per l´avvenire industriale». In questo presente drammatico, nel quale agli occhi delle élite internazionali siamo tornati a vestire i panni dell´Italietta, il libro di Lucio Villari Notturno italiano (Laterza), un saggio sulla temperie politico-culturale a cavallo tra Otto e Novecento, è trapuntato di spunti, finanche sulla crisi che stiamo vivendo. Alcune analogie fanno balzare sulla sedia. Come le pagine su Francesco Crispi, Don Ciccio, e i suoi «intrattenimenti sessuali e mercenari», al punto che la moglie, donna Lina Crispi, si vede costretta a scrivere al maggiordomo don Achille: «Ti ordino di non portare puttane a Don Ciccio. Se tornando a Roma mi accorgo che gli avete portato femmine, vi darò un calcio nel c...». È un´età ricca di speranze, di conquiste e di rinnovamento culturale e civile, che la Grande Guerra spazzerà via impietosamente. Affiorano i drammatici avvenimenti di quegli anni: la rovinosa battaglia di Adua, lo scandalo della Banca Romana, l´assassinio di re Umberto; ma anche le prime battaglie operaie e la conseguente repressione da parte del generale Bava Beccaris. Ed Eugenio Torelli-Viollier, il direttore del Corriere della Sera, a cui è dedicato un ritratto, si rifiutò di pubblicare i telegrammi di felicitazione del re e del presidente del consiglio Di Rudinì a Bava. La paura del socialismo, e delle crescenti rivendicazioni operaie, atterrisce la borghesia. Scrive Villari: «Nel primo decennio del secolo fu specialmente l´ala conservatrice della borghesia a prendere il sopravvento, a non accettare nessuna alterazione delle relazioni sociali, a tenere testa a leggi che introducevano embrioni di Stato sociale». «Il giorno che avremo in Italia una forte borghesia industriale quel giorno avremo pure un proletariato più forte. Questo limbo italico di mezze tinte, di mezzi partiti, di mezze idee e di mezze persone, sarà alfine sgominato e distrutto», sosteneva Filippo Turati. E son parole che potrebbero avere una qualche attualità anche oggi. Nascono iniziative editoriali che avranno straordinario fortuna, Il Corriere dei Piccoli (1899) e la casa editrice Laterza. È soprattutto la scoperta di una prosa meno paludata, e «l´automobile, il cinema, l´aeroplano, la radio, che sono o producono movimento, divengono veramente i punti di riferimento». Nell´Italia del 70 per cento di analfabeti De Amicis ha venduto un milione di copie del suo Cuore, e intervista D´Annunzio per La Tribuna; Marinetti pubblica il Manifesto del Futurismo, ma ne differisce l´uscita perché l´opinione pubblica è sconvolta dal terremoto di Messina, 100mila morti, nella notte del 27 dicembre 1908. Una tragedia, per fortuna, mai più vista.