Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 15 Martedì calendario

La crisi dell´Eurozona è la manifestazione più recente ed eclatante dello scontro fra due delle tendenze più importanti del nostro tempo, una molto antica e l´altra molto nuova

La crisi dell´Eurozona è la manifestazione più recente ed eclatante dello scontro fra due delle tendenze più importanti del nostro tempo, una molto antica e l´altra molto nuova. La tendenza più antica è che sono gli interessi e le passioni locali a determinare gli orientamenti politici. Quella nuova è che il denaro è diventato globale. Questo scontro scuote l´economia e la politica europea e i suoi effetti sono evidenti anche in altre regioni e Paesi. «La politica è sempre locale», è la famosa frase del politico statunitense Tip O´Neill. Ed è vero: il successo di un politico dipende dalla sua capacità di captare gli interessi e le preoccupazioni più concrete dei suoi elettori e di promettere soluzioni per i loro problemi quotidiani. Sono questi problemi locali, e perfino personali, che smuovono l´interesse della maggioranza delle persone, non le idee, grandi ma intangibili. Sono in pochi a pensare al di là delle loro frontiere quando si tratta di votare o decidere quale politico, quale partito o quale causa sostenere. La frase di O´Neill sulla politica è in contrasto con un´altra altrettanto diffusa: «Il denaro è diventato globale». Basta premere un tasto su un computer per investire o risparmiare in qualsiasi altro Paese o quasi, alla velocità consentita da internet. I numeri sono straordinari: il mercato valutario mondiale oggi è otto volte più grande di appena vent´anni fa. In questo intervallo di tempo, le somme destinate all´acquisto di imprese e beni fisici in altri Paesi si sono moltiplicate per quattro, con una crescita più rapida nei Paesi poveri. Questa esplosione del movimento mondiale di denaro è un´arma a doppio taglio. Ha creato nuove e abbondanti fonti di finanziamento e di occupazione, e Paesi come la Cina (che nel 2010 ha attirato 185 miliardi di dollari di investimenti) o il Brasile (48 miliardi) non sarebbero riusciti a sottrarre alla povertà così tanta gente nell´ultimo decennio se non fosse stato per gli investimenti esteri. Però… il denaro è codardo, spietato e veloce. Come stiamo vedendo adesso in Europa, quando si spaventano gli investitori se ne vanno con la stessa rapidità con cui sono arrivati, lasciando le nazioni in gravissime difficoltà. E poi ci sono gli speculatori, che puntano su queste crisi a fini di lucro, contribuendo a destabilizzare economie e governi. Ma non sono gli speculatori che creano le crisi, semplicemente ne approfittano, quando i governi lasciano che le loro economie diventino vulnerabili. Ma se il denaro è mondiale e la politica è locale, il commercio internazionale è regionale. Sorprendentemente, la globalizzazione non è arrivata al commercio di beni lavorati. I volumi di importazioni ed esportazioni di prodotti lavorati sono molto maggiori all´interno di una stessa area del pianeta che tra Paesi lontani. Se escludiamo dal conto le materie prime (petrolio, ferro, riso ecc.), vediamo che gli europei e gli asiatici commerciano più tra loro che con le altre aree, e lo stesso vale per gli americani. È un dato molto rilevante, visto che le esportazioni di manufatti sono un´importante fonte di occupazione ben remunerata. E la forza lavoro, come sappiamo, è quasi inamovibile. Gli emigranti rappresentano un infimo tre per cento dell´umanità. Certo, gli impatti occupazionali della globalizzazione avvengono per il tramite del commercio (quando i prodotti locali sono più cari dei prodotti importati) o degli investimenti esteri (quando una fabbrica si trasferisce in un Paese dove il costo del lavoro è più basso). E non c´è nulla che influisca sulla politica locale quanto un disoccupato. O milioni di disoccupati. Come dimostrano gli eventi europei, la miscela tra politica locale e denaro globale è tossica. E lo è ancora di più se aggiungiamo al cocktail il commercio regionale e la scarsa mobilità della forza lavoro. Purtroppo non abbiamo antidoti per questo cocktail. Proteggere le economie dai saliscendi del denaro globale suona allettante, e certamente qualcosa si può fare per renderli meno traumatici. Ma è un compito difficile, costoso e che porta spesso a prendere decisioni che suonano bene ma fanno male. Anche «globalizzare» di più la politica, rendendola meno locale, è un progetto attraente quanto complicato. È chiaro che i politici devono impegnarsi molto più di quanto non facciano ora per far prendere coscienza ai loro elettori che ciò che succede fuori dalle frontiere del loro Paese (o della loro città) influisce su quello che succede dentro le case della gente. In Europa ora questo lavoro è più facile: per milioni di cittadini europei questa crisi si è trasformata in un corso accelerato e doloroso sui legami tra «là fuori» e «qui dentro». Nonostante tutti questi problemi, non abbiamo alternativa: bisogna globalizzare di più la politica locale e rendere più locale la finanza globale. È molto difficile? Ovviamente sì. È indispensabile? Altrettanto. (Traduzione di Fabio Galimberti)