Daniele Martini, il Fatto Quotidiano 13, 14 novembre 2011
È UFFICIALE: LE POSTE NON CONSEGNERANNO PIÙ TUTTI I GIORNI
Non è più una brutta intenzione, purtroppo è un fatto: le Poste porteranno le lettere un giorno sì e uno no, in pratica tre giorni alla settimana se si considera che la consegna del sabato era già stata soppressa. La novità riguarda le zone più svantaggiate del Paese, quelle difficili da raggiungere, con una densità di popolazione inferiore a 200 abitanti per chilometro quadrato, i paesi di montagna, i comuni isolati. In totale una decina di milioni di persone, secondo i calcoli della Cgil, il sindacato che si è opposto con tenacia al taglio. Dieci milioni di persone che da un punto di vista postale saranno retrocesse in serie B. In pratica è la fine del servizio universale, cioè di quell’idea moderna di civiltà rispettata per decenni in forza della quale la consegna delle lettere è un diritto che lo Stato deve garantire a tutti, in tutti i luoghi del paese, senza interruzioni, senza discriminazioni.
ERA LA FINE di febbraio quando Il Fatto svelò il piano preparato dall’amministratore delegato dell’azienda postale, Massimo Sarmi, d’intesa con il ministero dello Sviluppo economico. Sono passati 9 mesi e invece di ripensarci hanno proseguito imperterriti . Sul progetto della posta a giorni alterni ora c’è anche l’assenso del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica. Il documento è stato inviato a Bruxelles per una ratifica che appare scontata dopodiché il nuovo regime entrerà in funzione.
PER LA VERITÀ il testo approvato dal Comitato interministeriale concede alle Poste la “possibilità” di effettuare la consegna a giorni alterni. Ma è poco più di una finzione perché la premessa è che tale opzione viene prospettata “nell’ottica del contenimento dei costi del servizio universale”. Di fatto si tratta di una sorta di via libera a Sarmi che proprio per risparmiare (circa 300 milioni di euro all’anno) aveva già tagliato la consegna il sabato e continua a considerare un peso la posta in senso stretto perché è in crisi, perde clienti e soprattutto non guadagna e quindi bisogna metterci una pezza.
I dati ufficiali, in realtà, attestano una crisi profonda del settore della corrispondenza che secondo una proiezione del vertice postale è destinata a precipitare addirittura di oltre 20 punti da qui al 2015. Nel 2010 la consegna delle lettere ha subito una contrazione del 3,5 per cento rispetto all’anno precedente mentre l’ultimo dato ufficiale sui ricavi mostra un arretramento addirittura del 13 per cento anno su anno. Invece di contrastare questo andamento con investimenti e piani di sviluppo, le Poste lo utilizzano per dare l’ultimo strappo concentrando ogni attenzione su business più profittevoli e redditizi, anche se mille miglia distanti dalle lettere.
Per esempio, proprio mentre l’azienda di Sarmi con una mano dimezza il servizio postale classico, con l’altra si cimenta perfino nel gioco d’azzardo via Internet. Il 4 ottobre Postemobile è diventata concessionaria dello Stato di poker e lotterie on line. Qualche mese prima le Poste avevano fatto un altro passo verso il definitivo cambio di pelle acquistando per circa 180 milioni di euro il Mediocredito centrale e quindi la sua licenza bancaria e ponendo così le basi per l’avvio di quel progetto di Banca del Sud voluto con ostinazione dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e assecondato da Sarmi che così si è assicurato la terza conferma consecutiva alla guida dell’azienda, un record che ha reso necessaria perfino una modifica dello statuto societario.
BASTA COLLEGARSI al sito aziendale per rendersi conto di quanto le Poste siano ormai distanti dalla ragione sociale della consegna delle lettere. L’azienda di Sarmi si prepara con la Banca del Sud a dare credito, piazza le polizze di assicurazione, attira risparmio, ha i suoi bancomat e le sue carte di credito, vende i telefonini e gestisce il traffico , porta la luce elettrica e riscuote le bollette e negli shop espone di tutto come nei vecchi empori di una volta. Grazie a questo attivismo poliedrico le Poste esibiscono bilanci brillanti, 1 miliardo di euro di utili nel 2010, 460 milioni a metà 2011. Ma la consegna delle lettere va all’indietro come i gamberi. La novità del servizio dimezzato renderà superfluo il lavoro di circa 6 mila portalettere e sarà un problema nel problema perché alle Poste non c’è cassa integrazione. Il vecchio istituto previdenziale dei postini, l’Ipost, non prevedeva ammortizzatori sociali e comunque è stato soppresso alcuni mesi fa e inglobato nell’Inps a cui le Poste non versano i contributi.