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 2011  novembre 13 Domenica calendario

GLI IRRIDUCIBILI DI B. RIUNITI CONTRO IL COMPLOTTO INTERNAZIONALE

Milano
L’ultimo spettacolo va in scena al teatro di famiglia, il Manzoni. Nell’omonima via di Milano, di proprietà della premiata ditta Berlusconi e C. La scelta della città non è un caso, a Roma tira aria da monetine all’Hotel Raphael. È un’opera dei pupi per niente epica, involontariamente esilarante. Comincia il puparo, Giuliano Ferrara, che ha riunito i paladini del voto nonché colleghi direttori: Vittorio Feltri e già che c’era pure Alessandro Sallusti. L’arringa è accorata e solenne, strappa applausi e gridolini entusiasti a una platea più numerosa del previsto. Gli avventori sono quasi mille, giovanotti tra i sessanta e gli ottant’anni, più o meno tutti i telespettatori di Radio Londra.
“QUELLA del governo Monti è la vera antipolitica”, spiega Ferrara. L’imperativo è “alle urne subito”. Fino all’eresia: “Al limite, e vi invito a fischiarmi, una volta tenute le elezioni non importa se il governo sarà di destra o di sinistra, ma deve essere il governo scelto dagli italiani”. Naturalmente tutti applaudono perché “è un pubblico intelligente”. Segue una lezioncina di geopolitica economica. Che fa così: “Se i titoli americani sono più sani di quelli francesi è perché c’è la Federal Re-serve, una Banca centrale capace di fare il suo dovere. Noi, invece, non ce l’abbiamo. Abbiamo una Banca centrale che si occupa solo dell’inflazione che non c’è e non è in grado di controllare la speculazione”. Aleggia, nemmeno in maniera troppo sotterranea, l’idea di un complotto internazionale contro Mister B. “Ci vogliono mandare un carro armato con scritto spread sopra a governare l’Italia”: Ferrara non ci sta. Applausi scroscianti anche quando attacca il “disgustoso direttorio franco-tedesco”, Franco Frattini, Giulio Tremonti (colpevole di una “gestione ragionieristica del ministero del Tesoro”), Emma Marcegaglia (“la peggior presidente degli industriali che l’Italia abbia avuto”). L’apice della Catilinaria arriva verso la fine. Ed è un trionfo di favori, quando Ferrara si fa Pizia e pronuncia l’oracolo sulla sorte dell’amato Silvio: “Se Berlusconi lascerà, all’inizio faranno un po’ di ammuina. Ma poi si scatenerà una grande vendetta, una caccia all’uomo”. Le prede sono il premier e “tutto ciò che il berlusconismo ha rappresentato”. Più che una profezia, una confessione pubblica . Poi ce n’è per i giudici, per l’informazione, per chi ha trasformato la politica in “porno-politica”. Message in a bottle per il premier: “Presidente Berlusconi non si faccia sommergere da quelli che lunedì o martedì apriranno il rubinetto della signorina (?) spread secondo le convenienze di Merkozy. Alla fine bisogna decidere e bisogna decidere una sola cosa: la data delle elezioni”. Dopo di lui tocca a Vittorio Feltri che se la prende con Monti, il cui programma di governo resta ignoto. “Non si può affidare alla sinistra e a gran parte della Dc la soluzione dei problemi che loro stessi hanno creato”. Poi cita (inconsapevolmente?) Michele Santoro: “È come chiedere a Dracula di donare il sangue”. Una “contraddizione comica”, alla quale si aggiunge il fatto che “dovremmo affidare la regia a Cirino Pomicino” (in arte Geronimo, ex commentatore del Giornale).
SICCOME in Italia tutto è capovolto, sul palco ci sono i giornalisti a chiamare i politici per un breve intervento. In platea c’è Roberto Lassini (il geniale inventore dei manifesti “Fuori le Br dalle Procure”), l’ex assessore Tiziana Maiolo e ci sono soprattutto due membri del governo: Gianfranco Rotondi, ministro senza portafoglio per l’Attuazione di un inesistente programma e il sottosegretario Daniela Santanchè. Rotondi fa una specie di amarcord della diccì, dice no al “golpe bianco” del governo tecnico, lancia slogan tipo “i comunisti esistono ancora” e anatemi contro ministri traditori che fanno in Europa incontri con i registi della crisi (Tremonti?). Chiude con “Viva l’Italia: oggi un grido, domani forse il nostro nome”. Così farà un’appassionatissima Santanchè, intimorita dall’idea che qualcuno convinca Berlusconi alla resa. Lo implora di non farsi tirare per la giacchetta, di ricordarsi chi è e da dove viene. Cita i grandi nemici – Fini, Bocchino, la Carlucci – ammette che forse questo è il suo ultimo discorso da membro del governo. Osa invocare la se-viziata (da loro) Costituzione, perché “il popolo è sovrano”. Passa il microfono a Sallusti che se la prende con i banchieri (veri criminali che si vogliono fare i – letterale – “cazzi loro”) e ci regala la perla di giornata: “Berlusconi non ha mai rubato un centesimo al Paese e non ha mai fatto un centimetro di male”. Estasi tra il pubblico, in cui a un certo punto compare anche la faccia di Facci. Il convegno si scioglie poco prima dell’una, la giornata sarà lunga: Ferrara corre via, Feltri scansa inorridito le incartapecorite signore che lo fermano, Sallusti s’intrattiene con i cronisti. Il collega del fattoquotidiano.it   gli chiede cos’ha fatto Berlusconi per la crescita. Lui non sa/non risponde, come nei sondaggi. E candido, spiega: “Non sono un economista”.