Riccardo Sorrentino, Il Sole 24 Ore 12/11/2011, 12 novembre 2011
L’INSOSTENIBILE INUTILITÀ DEL DEFICIT
Forse funzionano poco... La crisi ha ormai più di tre anni. Tre anni di stimoli monetari e fiscali spesso colossali. Con quali risultati? Scarsi, rispetto a sforzi e obiettivi. Il dubbio allora viene. Soprattutto quando si guarda a quell’esperimento naturale che sono gli Stati Uniti. Qui non sono bastati migliaia di miliardi di stimoli: l’attività economica non è tornata ai livelli precrisi e la disoccupazione resta al 9,1%. Nel 2007 era al 4,6 per cento.
Qualcuno però "l’aveva detto". È difficile dimenticare che diversi economisti, mesi fa, avevano pronosticato un esito simile, sulla base di ricerche di decenni: John Taylor, Robert Barro, il neo-Nobel Thomas Sargent (un democratico, a dimostrazione che il tema non è ideologico), John Cochrane sono solo alcuni nomi. D’accordo con la necessità di fornire liquidità a un sistema bloccato, di abbassare i tassi e di garantire sostegno ai disoccupati, avevano avvertito: tutto questo ha effetti incerti e comunque limitati sulla crescita. Lo «stimolo» è un’illusione.
È difficile che i governi, di qualunque colore, accettino questa logica: quando l’opinione pubblica chiede interventi, è dura rispondere che la politica non può fare miracoli. Occorre sincerità, e il senso del limite nel proprio ruolo. Le ultime mosse della Casa Bianca e della Federal Reserve danno però l’impressione che forse le istituzioni Usa hanno preso atto degli insuccessi. Bernanke - per ora - non ha lanciato un nuovo piano di quantitative easing, e vede l’occupazione rispondere ormai pochissimo al suo maxiallentamento. Ha spostato i riacquisti di bond sulle durate più lunghe, e l’effetto più probabile, almeno nella prospettiva di John Cochrane, dell’Università di Chicago, o di un Eric Leeper, esperto di politica fiscale dell’Università dell’Indiana, potrà essere di avere più inflazione subito, in un momento in cui si materializzano timori di deflazione, e meno in futuro.
Lo stesso piano di Obama sembra aver accantonato le originarie speranze - alimentate da un’"ipotesi" di Christina Romer, ex consulente della Casa Bianca - che potesse esserci un moltiplicatore pari a 1,6. È l’idea, che c’è dietro tutte le politiche keynesiane, che ogni dollaro speso dallo stato possa creare, stimolando la domanda, un reddito e una produzione pari a 1,60 dollari
È il punto attorno la quale si accumulano le maggiori speranze e le maggiori illusioni. Esalta una sfera importante di interventi direttamente nelle mani dei politici ma, al tempo stesso, è anche la teoria meno dimostrata della scienza economica: i risultati empirici non sono univoci. Per restare negli Usa e alle ultime ricerche, John Taylor della Stanford University, ha calcolato - usando l’ultima versione dei modelli keynesiani - un moltiplicatore medio inferiore a uno nel primo anno e persino negativo in quelli successivi: un effetto limitato, dunque, e inferiore agli sforzi, o addirittura avverso. All’opposto Lawrence Christiano, Martin Eichenbaum e Sergio Rebelo trovano - semplificando - un moltiplicatore di 1,2 per un aumento della spesa pubblica della durata di due anni, ma solo nel caso in cui i tassi restino fermi a quota zero. Un’analisi compiuta alla Bce su Usa e Eurolandia indica intanto moltiplicatori sempre inferiori a uno, e più bassi nel Vecchio Continente che nel Nuovo. I calcoli non sono facili, al punto che spesso gli stessi dati portano a conclusioni opposte. Tanti sono inoltre gli strumenti e gli obiettivi, ed è troppo difficile distinguerne gli effetti. Centrali sono poi le aspettative di famiglie e imprese. «I moltiplicatori dipendono dal tipo di variazione nella spesa o nelle tasse - ha spiegato Eric Leeper - così come da molti altri fattori: le fonti e i tempi dei futuri finanziamenti, se il cambiamento iniziale nelle politiche è stato previsto o no, e da come si comporta la politica monetaria». Un’analisi empirica di Ethan Ilzetzki, Enrique G. Mendoza, and Carlos A. Végh per il National bureau of economic research (Nber) ha mostrato come i moltiplicatori medi dipendano da vari fattori: sono particamente zero nei paesi in via di sviluppo, nelle economie con cambi flessibili, e persino negativi in quelle aperte o con debito pubblico superiore al 60% del Pil; sono positivi ma bassi (0,37 nell’immediato, 0,8 nel lungo periodo) nei paesi ricchi, robusti nel lungo termine (1,5) in quelli con cambio fisso e in quelli "chiusi" al commercio internazionale. Solo da poco tempo - due recentissime ricerche sono di Jonathan Parker della Northwestern University e di Pascal Michaillat della London School of Economics - gli economisti si stanno chiedendo se, e in quali forme, il moltiplicatore sia più alto nelle recessioni rispetto al valore medio.
I numeri, insomma, non consentono grande affidamento a un mondo politico che voglia essere attento al rapporto tra sforzi e risultati. Non è forse un caso, allora, se il più recente programma fiscale di Barack Obama - peraltro costosissimo: 447 miliardi e almeno 200mila dollari per posto di lavoro - sembra "microeconomico": infrastrutture per dare posti ai lavoratori con minori competenze rimasti disoccupati dopo il crollo del settore edilizio, che non si è ancora ripreso; e una riduzione delle imposte sul lavoro, in sostanza il cuneo fiscale, per ridurne il costo e aumentare la domanda.
Non sembra esserci quasi più traccia, dunque, dello "stimolo" keynesiano. Dando un po’ ragione al ragionamento di chi negava la rilevanza del moltiplicatore. Un euro prelevato con le tasse, speso dal pubblico - spiegavano - è un euro sottratto ai consumi del contribuente; e un euro ottenuto dal collocamento di un bond è un euro tolto ai prestiti per le aziende, e un euro di tasse in più da pagare nel futuro. Sempre lo stesso euro si tratta, che cambia di mano.
Anche John Maynard Keynes - nel cui nome vengono fatte le politiche di spesa - era in fondo d’accordo sul fatto che i trasferimenti di reddito non hanno effetti sulla crescita e alimentano l’inflazione: al di là delle battute sulle buche da scavare e riempire, lui chiedeva investimenti pubblici in supplenza di quelli privati. Joseph Schumpeter (e oggi Leeper) invitava però a distinguere le spese per gli investimenti, che sono simili ai trasferimenti, dagli investimenti stessi che possono essere più o meno produttivi, ma nel tempo. Le analisi empiriche non mostrano infatti differenze di rilievo tra gli effetti di consumi e investimenti statali. Oggi persino Roger Farmer della Ucla, che ripesca i vecchi modelli keynesiani degli anni 60, dà un giudizio scettico sulle spese pubbliche.
Non si può dire che i governi siano impotenti. La politica fiscale (come quella monetaria) resta uno strumento importante; ma le sue ambizioni vanno moderate, in modo da evitare illusioni. «I governi devono andare in deficit durante le recessioni - ha spiegato un economista "nemico" dei disavanzi come John Cochrane, in un articolo intitolato non a caso Fiscal stimulus, requiescat in pace - e rimborsare i debiti nei tempi migliori. Le entrate fiscali calano temporaneamente nelle recessioni, i governi dovrebbero prendere risorse a prestito, o usare i loro risparmi, per mantenere le spese relativamente stabili. Molte delle cose per i quali i governi spendono, come aiutare gli sfortunati, crescono naturalmente e giustificano deficit più grandi. Le recessioni sono anche un buon momento per costruire le necessarie infrastrutture, o impegnarsi in altri buoni investimenti, finanziati in modo appropriato con il debito. Per tutti questi motivi è bene avere deficit durante le recessioni e surplus durante i boom».
Quello che deve scomparire è l’idea - dominante anche nel dibattito italiano - che le spese pubbliche possano "far scattare" la ripresa. La crescita non si improvvisa. Occorrono, tra l’altro, nuove aziende, nuovi investimenti in capitale produttivo e in capitale umano (che va curato e incentivato), risorse e competenze dall’estero, risparmi che finanzino l’innovazione, concorrenza, buone organizzazioni e buone istituzioni. Non le scelte di qualche commissione di burocrati e politici.