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 2011  novembre 13 Domenica calendario

LA SANTIFICAZIONE DEI PAPI

Le schiere di turisti che ogni giorno sfilano nella cappella Sistina spesso nulla sanno della complessa simbologia di quegli affreschi, che condensano in immagini di straordinaria bellezza la storia universale nella prospettiva della salvezza cristiana: dalla separazione della luce dalle tenebre alla creazione di Adamo ed Eva, da Noè al diluvio, dalla legge di Mosé al vangelo di Cristo, preannunciato dai profeti e dalle sibille, fino all’ultimo giudizio. Una storia sacra che si dipana sotto le statuarie figure dei papi tra le finestre, a indicare l’ininterrotta continuità del magistero della Chiesa affidato ai suoi pontefici, insediati nella sedes apostolorum, successori di Pietro e vicari di Cristo in terra, servi dei servi di Dio ma al tempo stesso legittimati a incoronare o deporre sovrani e imperatori, come proclamano gli affreschi dell’antistante Sala regia.

Quando fu costruita e affrescata, la cappella papale racchiudeva in quelle immagini grandiose e solenni l’esito di millecinquecento anni di storia del papato romano, e da allora un altro mezzo millennio si è accumulato sulla più antica istituzione oggi esistente, seconda solo per durata – che io sappia – ai faraoni dell’antico Egitto. Di grande interesse è dunque ripercorrere la storia dei papi, sia pure per sommi capi, come ha fatto in questo libro il gesuita John O’Malley, un prestigioso storico statunitense, che vi ha trasfuso il testo di 36 audioconferenze registrate.

Il problema di come farlo, tuttavia, presenta problemi di ardua soluzione, anche a prescindere dalle competenze sterminate che una simile sintesi richiede nonché dall’esigenza di contenere in poche pagine e a volte in poche righe le vicende dei circa 265 papi di Roma (senza contare i molti antipapi). A ciò si aggiunga la scarsità di notizie per i tempi più lontani e più oscuri, la difficoltà di fondere in un unico disegno regni di pochi giorni e di decenni, pallide ombre del passato come Evaristo, Aniceto, Zefirino, di cui non si è neanche in grado di precisare le date, o come Ormisda, Dioscoro, Conone, dei quali poco o nulla ci dicono le fonti; dotti padri della Chiesa come san Gregorio Magno, protagonisti della storia come Gregorio VII e Innocenzo III, ascetici eremiti come Celestino V che rinunciò alla tiara, severi inquisitori come Pio V, o personaggi come Stefano VI che inscenò un macabro processo contro il cadavere del suo predecessore. appositamente riesumato, come il depravato Giovanni XI (asceso al trono appena diciottenne nel 955), come Benedetto IX, che si vendette il papato per poi riprenderselo con la forza, come il vituperatissimo e simoniaco Alessandro VI Borgia. E si aggiunga infine che il ruolo da essi esercitato è del tutto incomprensibile se si ignorano i contesti storici in cui operarono, che fosse l’Italia invasa da Attila sotto Leone Magno o lo scontro con gli imperatori tedeschi nel medioevo, il dilagare della Riforma protestante nella prima età moderna o l’affermarsi del liberalismo e del socialismo nell’Ottocento, nonché del progressivo allargarsi di tali contesti da Roma all’Italia, dall’Italia all’Europa e dall’Europa al mondo. Il che comporta anche la scelta tutt’altro che ovvia di un preciso taglio narrativo, perché la storia dei papi non coincide con la storia del papato e tanto meno con la storia della Chiesa.

O’Malley si destreggia tra tali problemi con brevi profili dei pontefici, con rapidi cenni sui grandi conflitti di cui furono protagonisti, con sintesi generali dei periodi in cui non emergono spiccate individualità, con qualche escamotage aneddotico e talora anche con arditi salti che gli consentono di sorvolare su secoli interi di storia, come per esempio dalla seconda metà del ’500 alla Rivoluzione francese, per passare così d’emblée dalla conclusione del concilio di Trento e da san Carlo Borromeo alla morte in esilio di papa Pio VI, anzi del cittadino Braschi; occupazione: pontefice. Ma il disegno complessivo resta chiaro, e consiste nel dar conto del progressivo affermarsi del papato – pur tra molteplici resistenze, contrasti, arretramenti – come nucleo centrale e identitario del cattolicesimo, al punto da farlo apparire «oggi forse più vitale di quanto non sia stato in tutta la sua storia» (p. 7), dopo aver tratto non pochi benefici dalla cancellazione di un potere temporale a lungo rivendicato e difeso. Dall’insediamento a Roma, sacro luogo delle tombe di Pietro e di Paolo santificato dal sangue dei martiri perseguitati, alla conversione di Costantino e all’editto di Teodosio che alla fine del IV secolo impose il cristianesimo come religione ufficiale dell’impero; dal precoce ruolo politico esso esercitato dai papi nell’antica capitale dei Cesari abbandonata a se stessa all’assunzione di un ruolo pubblico da parte del clero; dalla lotta contro le eresie per tramite dei concilii e dal dilagare della nuova religione musulmana ai contrasti con gli imperatori d’Oriente; dallo stretto rapporto con la monarchia carolingia, garante del primo embrione del futuro Stato pontificio, e dalla clamorosa valenza simbolica dell’incoronazione di Carlo Magno al definirsi di una tradizione giuridica rapidamente confluita in un’ideologia ierocratica culminata nel Dictatus papae di Gregorio VII (con la sua proclamazione del diritto dei papi di deporre re e imperatori, di non essere giudicati da nessuno, di essere riconosciuti come santi) e nell’Unam sanctam di Bonifacio VIII; dall’età delle eresie medievali e della crociate alla crisi avignonese e alla tormentata stagione degli scismi e del conciliarismo; dal mondanizzato papato rinascimentale alla Riforma luterana e alla nascita degli Stati assoluti, con le loro crescenti istanze giurisdizionaliste; dal concilio di Trento allo scontro con le ideologie illuministiche fino alle umiliazioni subite ad opera di Napoleone; dalla lunga stagione dell’intransigentismo ottocentesco, dal sillabo di Pio IX contro ogni concessione ai tempi moderni e dalla proclamazione dell’infallibilità papale al concilio Vaticano I alla Rerum novarum di Leone XIII; dalla carneficina delle guerre mondiali, con le micidiali accuse contro Pio XII di aver chiuso gli occhi di fronte all’olocausto, alla svolta del concilio Vaticano II voluto da papa Giovanni, tanto radicale da essere poi contrastata e in larga misura insabbiata fino alle incerte prospettive del presente.

Nel seguire con disinvolta vena narrativa ed événementielle questo bimillenario tracciato, il gesuita statunitense non si sottrae a qualche cedimento apologetico, per esempio, laddove definisce come fatti storici accertati il primato di Pietro tra gli altri apostoli e il suo essere stato il primo vescovo di Roma, o nega quello che le fonti dicono sulla lascivia di Alessandro VI e sul totale disinteresse di Leone X per le questioni religiose, o accredita Paolo III di istanze riformatrici che furono da lui lontanissime e gli attribuisce il merito della convocazione di quel concilio di Trento che egli fece di tutto per scongiurare. Giudizi che si infittiscono per i secoli più recenti, via via che la storia si fa più scottante, inducendo O’Malley a un’imbarazzata difesa d’ufficio del Sillabo di Pio IX, «non totalmente fuori luogo» poiché «la modernità fu un’ideologia che portò con sé molte idee ostili al cattolicesimo», e della condanna del modernismo con l’enciclica Pascendi di Pio X, la cui analisi – scrive sibillinamente – «fu la migliore possibile in tali circostanze», o infine sui silenzi e le reticenze di Pio XII davanti all’olocausto.

Ma non mette conto insistere su tali screpolature, per segnalare invece come il libro si concluda con un giudizio sul pontificato carismatico e conservatore di Giovanni Paolo II in cui si riflette uno sguardo tutto interno alla Chiesa, ma lontano – dal suo punto di osservazione americano – dai trionfali unanimismi del santo subito. Il cercare di porre un argine alle polemiche sugli abusi sessuali del clero con un convegno nel 2003, è definito da O’Malley come «un tipico esempio delle reazioni del Vaticano agli scandali»; i numerosi sinodi episcopali convocati a Roma da papa Wojtyla risultano svuotati dalla constatazione che «egli aveva già una precisa posizione su gran parte di essi prima ancora che i vescovi avessero modo di pronuciarsi». Il papa polacco è qui presentato come deciso a imporre «l’accettazione incondizionata» delle sue decisioni «a qualunque prezzo», a privilegiare nelle designazioni episcopali quanti fossero disposti a schierarsi con lui senza discutere su «tematiche potenzialmente esplosive», come quella del controllo delle nascite, da lui risollevata con rinnovata intransigenza proprio mentre sembrava destinata a «morire di morte naturale» nelle autonome scelte dei fedeli. E lo stesso vale anche per la netta chiusura anche per il futuro a ogni possibilità di autorizzare il sacerdozio femminile e per la secca riaffermazione del «carattere immutabile e oggettivo delle verità morali». In tal modo la santa sede «parve aver ceduto il suo tradizionale arbitrato nelle dispute tra cattolici», schierandosi preventivamente e ottenendo il risultato di accentuare le differenze invece di garantire l’unità, «generando rancore e sospetto», mentre l’essere sfuggito all’arma di Ali Agca rafforzò il senso mistico della sua missioni, «ingigantendo a sua volta la vena autoritaria della sua personalità». Sono giudizi in cui sembra affacciarsi una prospettiva diversa da quelle dominante nelle pagine precedenti, lasciando che il filo rosso del primato romano si aggrovigli nei nodi delle scelte e delle alternative possibili e che la continuità storica del magistero papale si contamini con le diverse e magari contrastanti opzioni religiose, culturali e politiche di quanti pur se ne professano seguaci e ad esso prestano obbedienza.