Claudio Giunta, Il Sole 24 Ore 13/11/2011, 13 novembre 2011
DANTE FUORI DAL CORO
Dio sa che non mancano i libri su Dante Alighieri. Ma di solito hanno la struttura e il tono, piuttosto respingenti, del manuale scolastico: la biografia, le Rime, la Vita nova, eccetera, un passo alla volta, un capitolo alla volta fino alla Commedia. Oppure sono raccolte di saggi: Moore, Nardi, Contini, Auerbach non hanno mai scritto un libro su Dante; ne hanno studiato certi aspetti, ne hanno scritto, e solo più tardi questi studi sgranati nel tempo sono diventati libri. Tutti avevano delle idee su Dante, ma queste idee non si coordinavano necessariamente in una visione sistematica. Il nuovo saggio di Marco Santagata, L’io è il mondo, è invece quello che vien detto nel sottotitolo: «Un’interpretazione di Dante», una visione sistematica.
Come descrivere dunque il "sistema Dante"? Nel suo libro su Petrarca più importante, I frammenti dell’anima, Santagata aveva letto la storia del Canzoniere – l’evoluzione della struttura, le modifiche puntuali – alla luce della biografia del suo autore. L’io e il mondo è, per certi versi, un esercizio simmetrico: è la biografia di Dante vista, intuita, ricostruita attraverso le sue opere. Dante, infatti, si presta. I dati certi sulla sua vita sono pochi; i documenti sono scarsi. Che cosa abbia fatto, come abbia vissuto a Firenze sullo scorcio del Duecento non lo sappiamo. E i vent’anni dell’esilio sono, per noi, quasi solo un rosario di nomi: Lunigiana, Bologna, Verona, Romagna, Malaspina, Scaligeri, da Polenta... Della vita di Petrarca, nato mezzo secolo dopo, sappiamo infinitamente di più. Eppure Dante ci è familiare, più familiare di Petrarca, perché Dante non fa che parlare di sé nelle sue opere.
Questa propensione all’auto-fiction è abbastanza normale oggi, nei nostri tempi post-romantici e post-psicanalitici, ma non lo era nel Medioevo. Da questo punto di vista, Dante non è esattamente, come si dice, un «uomo del suo tempo». Chi lo ha letto ricorda le sue candide dichiarazioni di eccellenza, come quando nella Vita nova si ripromette di dire della donna amata «quello che mai non fue detto d’alcuna»; o come quando nel De vulgari eloquentia porta i suoi propri versi ad esempio di come dev’essere fatta una poesia in volgare; o come quando nel Convivio prende su di sé il compito di illuminare con la sua filosofia «coloro che sono in tenebre e in oscuritade», e commenta per pagine e pagine tre sue canzoni, al modo in cui si potevano commentare la Bibbia o Aristotele. Tutto questo è noto e non meraviglia troppo, perché ricade nella categoria, antica almeno tanto quanto moderna, dell’orgoglio del l’artista. Ciò che distingue veramente Dante da altri suoi colleghi, medievali e moderni, è un’altra cosa, e cioè il fatto che egli non crede soltanto di possedere un talento fuori del comune, e di essere perciò un individuo eccezionale, ma ritiene anche che gli sia stato riservato un destino fuori del comune, ovvero che la sua esistenza personale trascorra all’ombra di eventi e alla presenza di enti la cui importanza va molto al di là della sua semplice persona. Come scrive Santagata, «se c’è un tratto che si mantiene inalterato lungo tutto il corso dell’avventura umana e intellettuale di Dante è il suo sentimento di essere diverso. Che si consideri un intellettuale e un poeta fuori dal coro o, addirittura, un profeta contro il coro, egli si sente investito della missione di cambiare il mondo».
L’io e il mondo esplora questo sterminato territorio tra finzione e autobiografia, che è appunto il territorio nel quale cade buona parte dell’opera di Dante. I risultati di questa esplorazione sono spesso eccellenti. Santagata riesce a farci vedere sotto una luce nuova argomenti e testi sui quali si poteva credere che tutto l’essenziale fosse già stato detto: penso alla lettura della Vita nova, che occupa la seconda parte del libro; e penso soprattutto alle considerazioni che Santagata fa nel capitolo finale a proposito di un altro tema pretrattato, il realismo della Commedia. In breve. Ogni opera letteraria presuppone che il lettore abbia un certo numero di cognizioni: cognizioni relative alla lingua in cui è stata composta, alla situazione che rappresenta, alle convenzioni del genere cui appartiene. Queste cognizioni sono massimamente richieste, per esempio, nel discorso filosofico o scientifico, dove ci si riferisce di continuo al l’opera dei predecessori. Nelle opere di fantasia, invece, la richiesta di precognizioni è, di solito, minima. Chi legge I promessi sposi non ha bisogno di note che gli spieghino chi sono i personaggi reali o immaginari che incontra e quali sono le vicende storiche che fanno da sfondo al racconto: Manzoni lo dice. E lo stesso vale per i poemi epici. Dato che i fatti raccontati da Omero o da Virgilio o da Lucano si svolgono in tempi e paesi lontani, essi avvertono la necessità, mentre narrano, di descrivere il quadro all’interno del quale i vari episodi debbono essere collocati (la guerra tra greci e troiani, la fuga di Enea, la guerra civile a Roma), e chi sono i personaggi che a mano a mano entrano in scena. In molti punti del poema, invece, Dante adopera quello che in sociolinguistica si chiama codice ristretto, e cioè parla di cose che può conoscere soltanto lui come se tutti fossero in grado di capirle. Come questa scelta prospettica influenzi – arricchendola, complicandola – la nostra lettura della Commedia viene spiegato da Santagata in alcune delle pagine più belle e convincenti del libro.
La sistematicità è una scommessa. Si scommette che, alla fine, "tutto torni". Scrive Santagata: «Dante è un autore che invita all’iperinterpretazione. È come se egli trasferisse a critici e studiosi la sua ansia di organicità e sistematicità». Santagata stesso non è esente da questo contagio, ed è probabile che in certi casi questa «ansia di organicità e sistematicità» finisca per riuscire fuorviante: perché costringe a colmare i vuoti della documentazione con ipotesi fondate sull’intertestualità (negli studi medievistici, direi, qualcosa di molto vicino al Male); e perché è probabile che nella "Vita o Opera" di Dante Alighieri non tutto, veramente, si possa ricondurre a un’idea o a un progetto unitari. È il prezzo che si paga per avere, e per dare al lettore, una Visione, e non una collezione di frammenti: visti i risultati, è un prezzo che valeva la pena di pagare.