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 2011  novembre 13 Domenica calendario

TASSI, CONTO DA QUATTRO MILIARDI IN QUATTRO MESI

Fare presto. Agire in ritardo ha costi elevati per le casse di uno Stato altamente indebitato come l’Italia, che ogni due settimane deve chiedere al mercato 10-15 miliardi per rimborsare i titoli in scadenza e finanziare il deficit. In soli quattro mesi, dall’inizio delle turbolenze estive in luglio fino ad ottobre - escludendo dunque l’ultima impennata dei rendimenti e i BoT a 3 e 6 mesi -, il costo della raccolta per il Tesoro in asta risulta lievitato complessivamente di 4 miliardi: a tanto ammonta l’extra-rendimento pagato sui BoT a 12 mesi, CTz, BTp e CcT rispetto alla media del costo all’emissione registrata nei primi sei mesi dell’anno per ciascuna tipologia di titolo.

Se il Governo avesse risposto prontamente in primavera alla chiamata dei mercati per le riforme strutturali a sostegno della crescita e per le misure drastiche volte al pareggio di bilancio nel 2013, (ai primi segnali di rischio recessione e con la crisi greca che imperversava) è possibile che questi 4 miliardi non si sarebbero pagati: i rendimenti nella seconda metà dell’anno avrebbero potuto rimanere in linea con il primo semestre. Invece il Tesoro pagherà 688 milioni di euro in più sul BoT annuale, 117 milioni all’anno in più sui CTz, e poi ancora 240, 120 e 128 milioni extra annuali sui BTp a tre, cinque e dieci anni compresi gli off-the-run e fors’anche 60 milioni all’anno in più sui CcT con cedola variabile e con tassi di mercato invariati.

L’esborso di un extra premio per compensare gli investitori in titoli di Stato sull’aumento percepito del rischio-Italia, nel solo periodo tra luglio a ottobre, è stato pari a 4 miliardi. Ma se il presidente della Repubblica non avesse agito in fretta nel risolvere lo stallo politico, se il premier Berlusconi avesse rinviato ulteriormente le sue dimissioni, l’impennata registrata in novembre tra i 2 e i 3 punti percentuali sarebbe potuta proseguire. A quel punto, il costo della raccolta sarebbe potuto lievitare negli ultimi due mesi dell’anno, su almeno 30 miliardi di aste attese, fino a 8 miliardi, quanto il costo previsto per il Ponte sullo Stretto di Messina, opera mai decollata.

Novembre escluso, la turbolenza estiva durata fino a ottobre è costata 4 miliardi: una cifra che può sembrare contenuta quando messa a confronto con i 1.900 miliardi del debito pubblico o con gli 80-100 miliardi di interessi sul debito annuali previsti dal Tesoro. Eppure se il Governo avesse deciso di spendere quei 4 miliardi in infrastrutture, invece di versarsi ai sottoscrittori di BoT, BTp, CTz e CcT, l’Italia avrebbe avuto 10 ospedali in più, oppure un’aggiunta di 80 chilometri alla rete ferroviaria ad alta velocità: o chissà quanti ponti, o asili o scuole o strutture per disabili. Il pagamento degli interessi sul debito sottrae ingenti risorse all’economia, alla spesa pubblica in conto capitale, agli investimenti produttivi e al sostegno dei giovani, degli anziani e dei malati.

Pesa anche la questione dell’insostenibilità del costo degli interessi sul debito: uno Stato costretto a fare nuovo debito per pagare gli interessi e rimborsare il vecchio debito entra in un tunnel senza uscita. Il mercato ha calcolato che l’anno prossimo l’Italia dovrà collocare emissioni lorde per circa 220 miliardi di BTp e titoli a media-lunga scadenza e circa 200 di BoT. Ogni 100 punti (1%) di interessi extra costanti in un anno costano 2,2 miliardi sui BTp e 2 miliardi sui BoT: uno shock di 100 punti costa 4,2 miliardi di interessi in più all’anno. Se la turbolenza portasse al 2% in più, il rincaro salirebbe a 8,4 miliardi, per il 3% in più l’extra supererebbe i 12 miliardi: 30 ospedali, 240 chilometri di rete ferroviaria...