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 2011  novembre 13 Domenica calendario

HOOVER, L’IRRESISTIBILE ASCESA DI UN MINISTRO DI POLIZIA

Tra non molto, sarà nelle sale il film regia di Clint Eastwood su John Edgar Hoover, il fondatore del
Fbi. In un’intervista l’attore Leonardo Di Caprio che veste i panni di Hoover, ha definito il funzionario un «enigma insoluto». Chi era questo «agente segreto»?
Andrea Sillioni
a.sillioni@yahoo.it
Caro Sillioni, il film di Clinton Eastwood ci dirà forse che cosa si nascondesse nell’anima di Hoover, quali fossero le sue ambizioni segrete e se dietro queste ambizioni vi fosse un disegno politico. Ma sulla sua carriera e le ragioni del suo successo, dopo gli studi biografici apparsi negli ultimi tempi, abbiamo notizie sufficienti.
Non aveva ancora trent’anni nel 1924 quando divenne direttore del Bureau of Investigation. La sfida da raccogliere e il nemico da contrastare erano allora quella combinazione di distillerie clandestine, mercato nero, spacci d’alcool nascosti nei retrobottega dei locali pubblici, catene di trasportatori e sanguinosi conflitti fra gruppi rivali, che era cresciuta come un cancro, dopo la sciagurata legge sulla proibizione degli alcolici. Hoover ebbe anzitutto il merito di trasformare il Bureau (diventerà Fbi, Federal Bureau of Investigation, nel 1935) in una organizzazione efficiente, dotata dei più moderni strumenti investigativi e composta da uomini incorruttibili che, sotto la sua guida, si sentivano membri di una sorta di congregazione religiosa. Più tardi, dopo la revoca del proibizionismo, l’organizzazione di Hoover fu altrettanto efficace contro la nuova ondata criminale, ancora più sanguinosa della precedente, che era nata dalla crisi del 1929 e dalla lunga recessione degli anni seguenti. Fu quello il momento in cui Hoover divenne uno degli uomini più popolari del Paese e gli agenti del Fbi furono promossi dalla cinematografia americana al rango di eroi nazionali.
Qualcosa dovette accadere nelle mente di Hoover tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta, mentre Roosevelt preparava il suo Paese alla inevitabilità del conflitto. Dalla lotta alla criminalità l’accento si spostò sullo spionaggio e sul controspionaggio. Dopo essere stato uno straordinario sceriffo, Hoover divenne, nello stile di Fouché, un tenebroso ministro di polizia. Sappiamo che teneva d’occhio Churchill durante i suoi viaggi americani, che si offrì a Roosevelt per la lotta contro il fascismo e il comunismo, che nulla lo irritò quanto la nascita, durante la guerra, di una organizzazione per i servizi strategici (Oss) da cui derivò più tardi la Cia.
Sappiamo anche che per conservare la direzione della sua creatura raccolse informazioni segrete sui maggiori uomini politici americani e le usò come polizze d’assicurazione. Quando morì per un attacco cardiaco il 2 maggio 1972, molti tirarono un sospiro di sollievo. Ma i funerali furono ufficiali e solenni. Anche quelli che erano felici di salutarlo per l’ultima volta sapevano che pochi uomini, nella storia degli Stati Uniti, avevano combattuto la criminalità con altrettanta efficacia.
Il giudizio su Hoover è diventato da allora sempre più critico. Hoover ha perduto buona parte della sua aureola e la sua organizzazione è molto meno amata. Quando gli agenti del Fbi appaiono sulla scena del crimine in un film americano, vi è sempre un poliziotto locale, simpatico e intelligente, che rivendica il diritto di continuare a trattare il caso e si presenta agli spettatori come l’esponente di una polizia democratica contro una polizia autoritaria, invasiva e impicciona. All’epoca di Hoover accadeva esattamente il contrario.
Sergio Romano