Giovanni Caprara, Corriere della Sera 13/11/2011, 13 novembre 2011
ECCO LE PRIME NUVOLE: DA QUI SONO NATE LE STELLE
In un angolo dell’Universo distante 12 miliardi di anni luce dalla Terra un giovanissimo astronomo italiano, Michele Fumagalli, assieme ai colleghi americani ha scoperto due nuvole di gas puro, formate da idrogeno ed elio, rimaste come erano alla nascita, subito dopo il Big Bang. «Che dovessero esistere ce lo dice la teoria — racconta Fumagalli — ma finora mai si era riusciti ad individuarle perché quelle avvistate erano sempre inquinate da altri elementi metallici più pesanti».
Il grande scoppio da cui tutto ha avuto origine risale a 13,7 miliardi di anni fa e dopo qualche centinaio di milione di anni, dalle nubi primordiali cominciarono a formarsi le prime stelle. A parte l’effetto dell’attrazione gravitazionale, l’esatto meccanismo che ha portato alla loro nascita resta ancora misterioso. Si sa bene, invece, come si creano quando le nuvole originarie sono inquinate da elementi più pesanti perché questi agiscono come dei semi attorno ai quali si coagulano i gas. Con lo scorrere del tempo la massa della materia che si accumula raggiunge un livello tale da innescare una reazione di fusione nucleare e allora la stella si accende continuando a bruciare: è quello che succede nel nostro Sole che ci tiene in vita.
Ci sono, però, stelle estremamente massicce per cui quando muoiono scoppiano, diventano delle supernovae come dicono gli astronomi, disseminando il cosmo dei loro costituenti. È così che questi, viaggiando, quando incontrano delle nubi primordiali di idrogeno finiscono per inquinarle, in un certo senso, avviando con i preziosi semi (di cui anche noi siamo costituiti), lo sviluppo di una nuova stella.
«Ma era possibile che nessuna nuvola fosse sopravvissuta nelle sue condizioni originali nelle vastità cosmiche?» si chiedevano, da anni, gli scienziati scandagliando senza fortuna varie regioni dell’Universo. Finalmente Michele Fumagalli, Xavier Prochaska dell’Università di California a San Cruz e John O’Meara del Saint Michael’s College nel Vermont, utilizzando i telescopi dell’Osservatorio Keck sulla vetta di un vulcano spento nelle Hawaii, sono riusciti nell’impresa spiegando il loro risultato sulla rivista scientifica americana «Science». Il primo firmatario dell’articolo è l’italiano e ciò dice il ruolo di spicco che ha avuto.
«Sono rimasto sorpreso — racconta Fumagalli, svegliato in piena notte a causa del fuso orario — constatando che, quasi dopo due miliardi di anni dal Big Bang, le due nubi fossero rimaste intoccate. Con un nuovo strumento molto sensibile a vari elementi abbiano cercato la loro presenza. Invano: emergeva sempre l’idrogeno e il deuterio che è un isotopo dell’idrogeno. Non abbiamo visto l’elio solo perché il rilevatore non lo può evidenziare, ma c’è sicuramente. Di solito nelle nubi i semi estranei sono presenti con una densità a partire da uno su mille parti e salendo anche ben oltre. Qui se ci fossero sarebbero inferiori a uno su diecimila, quindi sono praticamente inesistenti».
La scoperta ha messo in discussione un’altra certezza. Si credeva, infatti, che la distribuzione dei semi avvenisse in maniera regolare, dovunque, e, invece, proprio il risultato lo smentisce. Il prossimo compito è quello di capire se le nubi siano isolate. «Ipotizziamo che si trovino nell’alone che circonda le galassie — nota Fumagalli —, ma dobbiamo dimostrarlo per completare l’opera».
Michele Fumagalli, origini monzesi, ha 27 anni ed è l’ennesimo simbolo dei bravi giovani italiani che, determinati e appassionati del loro lavoro, cercano fortuna altrove. Dopo la laurea in astronomia con 110 e lode all’Università di Milano-Bicocca spedì a varie università americane la sua richiesta per specializzarsi. «Ho ricevuto un’offerta dall’Università di California, sono partito e in questi quattro anni hanno finanziato le mie ricerche. Entro dicembre completo il dottorato».
Quindi bisogna guardare al futuro. E che cosa succederà? «Sto cercando una sistemazione negli Stati Uniti oppure in Europa. Ma non tornerò in Italia perché non avrei possibilità».
Giovanni Caprara