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 2011  novembre 13 Domenica calendario

E MONTI ILLUSTRA A BERLUSCONI LA «TASSA ANNUA SUGLI IMMOBILI» —

Il resoconto che Berlusconi fa del pranzo con Monti è la ricostruzione della resa, sta nel modo in cui il senatore a vita ha respinto «la mia generosa offerta», le tre proposte avanzate all’ex commissario europeo: essere il ministro dell’Economia, o il presidente del Consiglio, o anche il presidente del Consiglio e il ministro dell’Economia «ma di un governo di centrodestra». Monti però — secondo il Cavaliere — «ha risposto no. Mi ha detto che i mercati vogliono le larghe intese. E mi ha anche detto che se faremo fallire il suo tentativo di formare il governo, lui ha già ricevuto la proposta di fare il candidato premier del centrosinistra».
Non è dato sapere se questa versione del colloquio sia servita a Berlusconi per convincere i riottosi del Pdl ad accettare la nascita del gabinetto tecnico. Anche perché — a detta di Martino — questa «è la prova che non dovremmo votarlo per non commettere l’errore del ’95, quando accettammo il governo Dini, per poi regalarlo al centrosinistra alle elezioni». Perciò il Cavaliere vorrebbe che il gabinetto Monti fosse a termine, come chiedono peraltro un centinaio di parlamentari, firmatari di una lettera scritta da La Russa e sottoscritta non solo da ex An: voto nella primavera del 2012, e con la garanzia — come dice Baccini — che i membri del governo «non abbiano vocazione politico-elettorale». Insomma, che non si candidino.
Ma chi può dare al centrodestra queste garanzie, se Berlusconi non ne ha avute neppure sul programma? Alla richiesta di non proporre una patrimoniale «che finirebbe ingiustamente per colpire anche il ceto medio», Monti — secondo la versione del Cavaliere — «ha risposto che non è detto, che potrebbe fare come in Francia, dove c’è una tassa annua sugli immobili». Il Pdl ribolle come una tonnara, per evitare la mattanza il gruppo dirigente vorrebbe offrire a Monti solo un appoggio esterno, per mantenere un rapporto con la Lega dopo la rottura, «che così forse non sarebbe grave — confida Berlusconi — e non si ripercuoterebbe sul territorio».
Il futuro del centrodestra poggia su fragili speranze, e l’idea del Cavaliere di poter «staccare la spina al governo quando lo vorremo» serve solo a rincuorare i suoi. In pochi però ci credono, di sicuro non Tremonti. «Quale governo a tempo», ha sussurrato il ministro uscente dell’Economia: «Appena qualcuno si azzarderà a chiedere le elezioni, lo spread schizzerà in alto». È l’immagine dell’accerchiamento, la stessa che giovedì — quando il titolo Mediaset in una mattinata ha perso il 12% — è stata usata dall’amico più fedele di Berlusconi per consigliargli di passare la mano. «L’esecutivo che verrà — nelle previsioni di Tremonti — metterà mano alla Costituzione per durare due anni», e nel frattempo «metterà in pratica il taglio agli stipendi della pubblica amministrazione. Altro che patrimoniale...».
Con la fine del governo, finisce anche l’epopea degli scontri tra «Silvio» e «Giulio», che non ci sta a rimanere al banco degli imputati, «perché gliel’avevo detto a Berlusconi che sarebbe finita così. Ma lui non mi ha dato ascolto, mi diceva che pensavo solo a tagliare». Tremonti sta per lasciare via XX Settembre, ma non lascerà il Pdl, semmai «girerò l’Italia per raccontare cinque anni di errori che ho appena raccolto in un libro». A suo parere «è venuta a mancare l’etica della responsabilità, un problema che investe tutta l’Europa», ed è per questo «non a causa dell’Italia» che «l’euro non reggerà».
«L’euro non reggerà», proprio così dice Tremonti. E chissà cosa reggerà del sistema politico bipolare, a rischio forse più dell’economia italiana. Perché sarà pur vero che Napolitano è intervenuto in una situazione d’emergenza, dando inizio — per usare le parole del democratico Verini — a una «rivoluzione tolemaica». Ma ci sarà un motivo se finora, anche al pranzo tra Berlusconi e Monti, non si è parlato di legge elettorale. Eppure c’è la minaccia di un referendum, una bomba a orologeria che ha il timer fissato per gennaio e che potrebbe far saltare la legislatura (e quindi il governo) se la Corte Costituzionale si pronunciasse a favore della consultazione.
Passigli, una storia passata nel centrosinistra a presentare referendum, sorride: «Siccome i pronunciamenti della Consulta tengono in considerazione le situazioni politiche del momento, ho rivisto le mie previsioni. Un mese fa ero convinto che il referendum passasse. Ora sono convinto che verrà bocciato...». L’ulivista Parisi gli fa eco, «è altamente probabile che la consultazione non si terrà. D’altronde non c’è intesa tra i partiti sulla legge elettorale, unico tema su cui non possono non avere voce in capitolo». È esplicito il riferimento al ruolo che avrà la Consulta nel processo di stabilizzazione della fase politica. Disinnescato l’ordigno referendario non rimarrebbero molti margini di manovra ai partiti, nemmeno alle Camere. «Quando arriveranno i provvedimenti — come prevede il democratico Orlando — Monti non avrà bisogno di porre la fiducia. Semmai per tutti i gruppi parlamentari si porrà il problema di presentare gli emendamenti». Chi si assumerebbe la responsabilità di innescare dinamiche che possano mettere in difficoltà il governo? Chi del Pdl voterebbe una modifica presentata dal Pd e viceversa?
Francesco Verderami