ANTONIO GNOLI , la Repubblica 12/11/2011, 12 novembre 2011
QUEI SAGGI CHE SVELANO IL FILOSOFO ESOTERICO
Tradurre Heidegger, per Volpi, ha significato inoltrarsi nel vasto territorio della filosofia che il "mago di Messkirch" aveva percorso e mutato. Senza tuttavia dimenticare che, malgrado le novità radicali che gli si presentavano, l´obiettivo era mettere il lettore in grado di leggere quei testi e orientarsi.
Per questo Volpi non ha mai ceduto al vezzo del gergo esoterico, tipico di quegli heideggeriani il cui operato, «per aver troppo giocato a ricalcare i termini tedeschi, risulta alla fine comprensibile solo a chi già conosce il tedesco». Lezione di umiltà basata su poche ma efficaci regole: fedeltà, leggibilità, comprensibilità del testo tradotto. Favorita, quest´ultima, per alcune opere particolarmente complesse, dallo strumento dei glossari. Attraverso di essi Volpi spiegava ��� con grande chiarezza ��� l´uso e il significato, spesso complicato e oscuro, del vocabolario heideggeriano. Proprio perché consapevole che non si dava la traduzione perfetta, egli cercò di arricchire l´apparato filologico e farne un mezzo indispensabile per chiunque si accostasse al testo tradotto.
Dopo Essere e tempo ��� opera del 1927 per molti versi innovativa, ma nella quale è ancora visibile lo sforzo dell´analitica esistenziale di trovare un fondamento all´agire pratico ���, matura l´idea che il pensiero debba separarsi dai tradizionali linguaggi filosofici. Troppo condizionata dalle teorie della conoscenza, la filosofia è incapace di fornire una convincente giustificazione al proprio ruolo. Occorreva, perciò, cercare altrove le risposte a quella crisi che si era manifestata fin quasi dai suoi albori. Fin da quando ��� come fa notare Volpi ��� si assiste in Platone a un mutamento del concetto di verità: da evento o, meglio, apertura o non latenza dell´Essere a mero valore conoscitivo. È contro una tale regressione, di cui la metafisica si sarebbe resa colpevole, che Heidegger tentò ��� soprattutto a partire dai Contributi ��� di dare una risposta all´altezza della drammaticità concettuale che stava vivendo. Ne uscirono, come Volpi sperimentò, pagine tormentatissime e oscure.
Per Volpi poco si capirebbe di quell´opera se non si tenesse conto anche dello scacco speculativo che il filosofo si era trovato a vivere. La baldanza con cui, solo un paio di anni prima, aveva ordito il discorso del rettorato (tenuto il 27 maggio 1933) lasciò lo spazio ai dubbi, alle incertezze, alle miserie del proprio tempo. A un tratto avvertì che la filosofia, la cui missione ��� secondo appunto le linee disegnate dall´Autoaffermazione dell´università tedesca ��� sarebbe dovuta essere quella di illuminare il cammino della nazione, scoprire le virtù originarie di un popolo, sollevare il potere dalle mediocri incombenze, non possedeva né la forza né la lingua per assolvere a tali compiti.
Con Essere e tempo Heidegger si era inoltrato a fari spenti nella notte novecentesca. Aveva combattuto una strenua battaglia contro le grandi macchine del pensiero confidando nella selvaggia chiarezza del suo talento filosofico. Si sentiva un uomo in guerra con il vecchio mondo. Si considerava il nuovo. E quando il nuovo non produsse ciò che si attendeva, quell´uomo complicato, impenetrabile, tagliente all´improvviso smarrì ogni certezza.
A questo punto della vita di Heidegger si affacciò in Volpi il bisogno di una istruttoria psichica che chiarisse il senso di un decennio drammatico (dal 1936 al 1946) nel quale il filosofo ���secondo la testimonianza privata riferita da Otto Pöggeler allo stesso Volpi ��� pensò perfino al suicidio. Cosa accadde di tanto grave da spingere Heidegger a meditare un gesto così estremo? Volpi insiste molto sui riflessi negativi ��� almeno sul piano nervoso ��� che ebbero i seminari e i corsi universitari su Nietzsche. Ci fa rivivere il clima di profonda crisi personale e filosofica nel quale Heidegger è immerso, finendo così «per esperire su di sé tutta la devastante potenza della scepsi nietzscheana. E nel suo corpo a corpo con i testi e con le pericolose fantasmagorie che essi evocano finisce per precipitare, egli stesso, in quello che da un certo momento in poi chiamerà "l´abisso di Nietzsche"».
Ad aggravare lo stato di prostrazione nel quale il filosofo era caduto contribuiranno le accuse psicologicamente devastanti di collaborazionismo, alle quali seguiranno, come effetti immediati, la requisizione della casa, il tentativo di sequestrargli la biblioteca, l´obbligo di lavorare nelle squadre incaricate di ripulire le città tedesche dalle macerie e, naturalmente, l´allontanamento dall´università.
Insistiamo su questo punto perché siamo convinti che Volpi non fu indifferente alla vita privata di Heidegger. Non riteneva che questa incidesse sulla riflessione teorica del filosofo, ma pensava tuttavia che il grafico esistenziale potesse completare una figura tanto difficile e sfuggente. C´era dunque un bisogno di capire, anche seguendo la via privata cosparsa di umori aspri, di scelte drammatiche, di soluzioni opportunistiche e di amori clandestini. A cominciare dal rapporto più intenso e sofferto di Heidegger: quello con Hannah Arendt, la passione irrisolta di una vita, per finire con quel moltiplicarsi di avventure galanti che fecero del filosofo ��� secondo la testimonianza delle lettere scambiate con la moglie Elfride Petri ��� il grottesco esempio di un marito infedele.
Tra autenticità e squallore, mondo dell´Essere e mondo ambiente, grandiosità e bassezza, l´oscillazione fu massima. Affrontarne il movimento pendolare per Volpi fu anche un modo per non distogliere lo sguardo dall´enigma politico di un pensatore frettolosamente liquidato per aberrazione ideologica. Ma in realtà ��� dopo la parentesi nazista ��� impegnato a dissolvere lo stesso nazismo negli acidi della modernità, e a vederne la forma totalitaria come un effetto della tecnica ormai planetaria.
Chi apre, insomma, questi testi con cui Volpi ha integrato il proprio lavoro di traduttore noterà la costruzione di un edificio laconico, ma indispensabile alla comprensione del filosofo. Dal quale, come mostra l´ultima delle sue introduzioni, qui presentata nella forma integrale rispetto alla versione pubblicata, stava lentamente prendendo le distanze. Non per insofferenza culturale o per noia, come accade, talvolta, in rapporti usurati dal tempo, ma per un ripensamento più radicale. Quasi che la misura retorica dell´ultimo Heidegger fosse colma e rischiasse di diventare uno sterile esercizio di pensiero. Volpi era ben conscio della tragicità filosofica nella quale Heidegger versava al punto da leggere molte sue pagine come una sorta di «diario di bordo di un naufragio». O più semplicemente come un fallimento assolutamente frainteso dagli heideggeriani, categoria alla quale Volpi non si iscrisse mai, detestando, come annotò, «quel l´ammirazione supina e spesso priva di spirito critico che gli è stata tributata e che ha prodotto tanta scolastica».