Roberto Bagnoli, Corriere della Sera 14/11/2011, 14 novembre 2011
ROMA —
Dovrà essere choc, bipartisan, rapida ed equa. Sono questi gli ingredienti che il futuro premier Mario Monti ha intenzione di usare per rendere commestibile al Parlamento e al mercato la manovra in grado di far uscire l’Italia dalla sindrome da spread. E dovrà essere un missile a due stadi. Il primo per raggiungere il pareggio di bilancio già nel 2013 con un anno di anticipo rispetto al fantasioso progetto del governo Berlusconi. E quindi tagli e nuove entrate che gli esperti hanno valutato in circa 25 miliardi di euro nel 2012. Il secondo per stimolare la crescita a forza di riforme a costo zero come quella delle Authority , uno dei più vecchi cavalli di battaglia dell’ex commissario europeo alla concorrenza.
Ma la road map del risanamento non sarà agevolata anche per probabili defezioni al vertice del Tesoro. Indiscrezioni da tempo davano per certa l’uscita dal ministero del direttore generale Vittorio Grilli e del suo capo di gabinetto Vincenzo Fortunato nel caso di caduta del governo. Un ciclo che si chiude e i due più stretti collaboratori dell’ex ministro Giulio Tremonti si chiamano fuori: dal primo gennaio dovrebbero uscire. Grilli per tornare alla finanza come già fecero Mario Draghi nel 2001 (Goldman Sachs) e Domenico Siniscalco nel 2005 (Morgan Stanley). Per lui si parla della Barclays.
L’agenda di interventi possibili da parte del prossimo governo, tra le proposte più gettonate, prevede un ripristino dell’Ici, l’imposta sulla prima casa ridotta dal governo Prodi e cancellata da Berlusconi, magari rimodulata su rendite catastali più veritiere (rivalutazione del 25-30%). Questa soluzione è caldeggiata dalla Banca d’Italia che la preferisce a una patrimoniale — invece sostenuta da Confindustria, da Assonime e dai sindacati — per la quale ultimamente è apparsa una proposta concreta formulata dal rettore della Bocconi Guido Tabellini. Si tratta di applicare in modo strutturale un’imposta del 5 per mille sui patrimoni finanziari oltre la soglia di un milione di euro. Sulla patrimoniale esiste anche la proposta dei commercialisti, più dolorosa ma non eterna: 2% di prelievo solo per tre anni.
La altre soluzioni per fare cassa, così come suggerito dalla famosa lettera inviata dalla Bce al governo italiano il 5 agosto scorso, prevedono provvedimenti socialmente ancora più incisivi come la riduzione degli stipendi del pubblico impiego (che nell’ultimo decennio sono cresciuti mediamente del 50% più di quelli privati) seguito da un rafforzamento del blocco del turn over facendo perno sulla norma già inserita e approvata nel maxi-emendamento che consente il licenziamento dei dipendenti pubblici se entro due anni non accettano l’eventuale spostamento di sede di lavoro. Ora occorre varare dei regolamenti attuativi per costringere le amministrazioni ad applicare questa novità introducendo meccanismi sanzionatori.
Ci sono poi misure spettacolari, dal basso impatto economico ma dall’alto significato simbolico, come l’abolizione delle Province e il dimezzamento degli stipendi di parlamentari, consiglieri e assessori regionali. E la perdita della pensione di deputati e senatori finora ottenibile con una sola legislatura. Sarà uno dei punti più difficili da applicare da questo Parlamento, anche per via di tortuosi paletti legislativi introdotti dalla modifica del titolo quinto della Costituzione che danno alle Regioni grande autonomia.
L’ultimo capitolo concreto per tagliare la spesa è un intervento sulle pensioni. La lettera Bce entra nei particolari: suggerisce di iniziare sin dal 2012 la marcia di avvicinamento delle donne alla stessa età di uscita degli uomini; e di allestire misure più rigorose per le pensioni di anzianità.
Per fare cassa è previsto anche un rafforzamento delle privatizzazioni delle società municipalizzate e, sul fronte crescita, di una loro liberalizzazione per aumentare la concorrenza. Quest’ultimo aspetto è quello che vede maggiore convergenza tra le misure indicate dalla missiva di Trichet e Draghi e la storia professionale di Mario Monti. Segue la liberalizzazione degli orari dei negozi, più concorrenza nel settore dei servizi in generale, nelle professioni, nelle industrie a rete come i trasporti, l’energia, le telecomunicazioni. Insomma una serrata lotta alle rendite di posizione che ingessano il sistema economico e non generano risorse.
Sicuramente il professore cercherà, nelle mosse subito successive al primo decreto per calmare la fame dei mercati, di riformare le autorità indipendenti ridisegnandone la cornice giuridica e rafforzandone i poteri. Un disegno in questo senso è già pronto. Lo aveva preparato Enrico Letta nel 2008 affidandone la progettazione a Giulio Napolitano e Andrea Zoppini, ma poi la caduta improvvisa di Prodi aveva condannato la riforma a restare in archivio.
Roberto Bagnoli
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