La Stampa 14/11/2011, 14 novembre 2011
Una storia, una delle tante. Il 9 giugno 1933 (Hitler era diventato cancelliere del Reich il 30 gennaio), due pugili, Adolf Witt e Johann Trollmann, salgono sul ring per giocarsi il titolo di campione tedesco dei mediomassimi
Una storia, una delle tante. Il 9 giugno 1933 (Hitler era diventato cancelliere del Reich il 30 gennaio), due pugili, Adolf Witt e Johann Trollmann, salgono sul ring per giocarsi il titolo di campione tedesco dei mediomassimi. Vince Trollmann. Ma Witt è ariano, Trollmann un sinti e infatti soprannominato «Zigeuner», lo zingaro. Quindi intervengono i rappresentanti del Comitato degli sport, infeudato al regime, che dichiarano nullo il match. Gli spettatori insorgono, fischiano la giuria, minacciano di devastare la sala. I nazisti cedono e accordano il titolo a Trollmann. Una settimana dopo, glielo tolgono. Lo «Zigeuner» ottiene di poter disputare un ultimo incontro. Si presenta con i capelli tinti di biondo e il corpo sbiancato e, invece di battersi, resta fermo in mezzo al ring. Naturalmente, gli fanno pagare la provocazione. Nel ’38, Trollmann finisce in un campo di lavoro, poi viene sterilizzato e spedito sul fronte russo. Nel ’42, a casa in licenza, viene arrestato dalla Gestapo, internato nel campo di Neuengamme e lì assassinato nel febbraio ’43. La tragedia collettiva dello sport sotto il nazismo è fatta di tragedie individuali come questa. Adesso una mostra non colossale ma molto bella le ricostruisce al Mémorial de la Shoah di Parigi. «Le sport européen à l’épreuve du nazisme», «Lo sport europeo alla prova del nazismo» è aperta fino al 18 marzo (ma il prossimo anno andrà a Bologna) e racconta i destini degli atleti ebrei, e zingari, e omosessuali, dalle Olimpiadi di Berlino del ’36 a quelle di Londra del ’48. In mezzo, naturalmente, c’è la scelta dei regimi totalitari, per i quali lo sport è affermazione razziale e strumento di propaganda. A cominciare proprio dal fascismo, che chiama una maschia gioventù non solo a credere, obbedire e combattere, ma anche a farsi i muscoli. Seguendo l’esempio del Duce, qui ritratto come sciatore ma anche schermidore, nuotatore, giocatore di tennis, cavallerizzo e via esibendosi a favor di telecamera. Una pagina della «Tribuna illustrata» mostra l’inaugurazione dello Stadio Mussolini di Torino da parte di Starace, sportivo talmente indefesso (o anche solo fesso) da sacrificare la vita al footing: non fosse uscito di casa per fare una corsetta, non sarebbe finito a piazzale Loreto. Ma naturalmente la mostra si concentra soprattutto sul Reich. Con i nazisti al potere, scatta subito con esclusioni e divieti la persecuzione contro gli atleti ebrei. Ma questo non impedisce alla Germania né di ottenere le Olimpiadi del ’36 (fra proteste e tentativi di boicottaggio, ma anche con complicità insospettabili e scandalose, puntualmente documentate) né di sfruttarle per una clamorosa operazione di propaganda. In effetti quelle Olimpiadi sono un grande successo. Gli organizzatori diffondono 4 milioni di dépliant e 200 mila poster in 14 lingue. Arrivano tre milioni di spettatori, con 75 mila stranieri di cui 15 mila americani. Viene introdotto per la prima volta il viaggio della torcia da Olimpia alla città scelta per i Giochi e «Olympia», il film di Leni Riefenstahl che celebra la bellezza muscolare dell’atleta ariano, resta un capolavoro. Tanto che come immagine-simbolo della mostra parigina è stata scelta la splendida fotografia di una lanciatrice del disco ebrea, immortalata a Tel Aviv nel ’37 da Liselotte Grschebina, fotografa ebrea tedesca scappata per tempo: ma l’estetica, paradossalmente, è proprio quella della Riefenstahl. A Berlino, i nazisti impediscono di partecipare a Gretel Bergmann, che detiene il primato tedesco di salto in alto, ma ha la colpa di essere ebrea: e il suo record del ’36 le sarà ufficialmente restituito solo nel 2009. E i due coreani che arrivano primo e terzo nella Maratona sono considerati giapponesi, perché il loro Paese è occupato da Tokyo. Potranno solo, sul podio, abbassare la testa in muta protesta mentre risuona l’inno giapponese. Intanto gli ebrei organizzano in Palestina le Maccabiadi, in due edizioni, una nel ’32 e l’altra nel ’35 (con 1.350 atleti da 28 Paesi), più due Maccabiadi invernali in Polonia nel ’33 e in Cecoslovacchia nel ’36, mentre le Olimpiadi d’inverno sono ospitate dai nazisti a Garmisch. In Europa l’esclusione diventa presto persecuzione e poi sterminio. E qui parlano i destini dei singoli. Lili Henoch, campionessa di atletica, deportata e poi assassinata nel ghetto di Riga. O Victor «Young» Perez, nato da una famiglia ebrea di Tunisi, campione di Francia di pugilato, deportato ad Auschwitz dove vince una gara contro un peso massimo ariano, riesce a sopravvivere fino allo sgombero del campo e poi viene falciato durante la marcia della morte che segue. C’è anche un pugile italiano, Lazzaro Anticoli, detto «Bucefalo», finito alle Fosse Ardeatine a 27 anni. Altre storie hanno un lieto fine. Come quella di Alfred Nakache, campione di nuoto francese, deportato ad Auschwitz insieme alla moglie Paule e alla figlia Anne, subito assassinate. Lui diventa «il nuotatore di Auschwitz»: obbligato a nuotare in un bacino d’acqua gelida e a tuffarsi per raccogliere pietre sul fondo, riesce a sopravvivere, a testimoniare e anche a partecipare alle Olimpiadi del ’48. E poi c’è il tedesco Carl Ludwig «Luz» Long, studente di Medicina a Lipsia, ariano «perfetto», biondo con gli occhi azzurri, battuto a Berlino nel salto in lungo dal fenomeno Jesse Owens. E che, invece di ignorare il nero subumano, lo acclama, gli alza il braccio in segno di trionfo e ne diventa amico. Imperdonabile, agli occhi del regime: Long viene escluso dalle liste degli sportivi esentati dal servizio militare e arruolato. Ma continua a scrivere a Owens. L’ultima lettera è del luglio ’43: «Dopo la guerra, va in Germania, ritrova mio figlio a parlagli di suo padre. Parlagli dell’epoca in cui la guerra non ci separava e digli che le cose possono essere diverse fra gli uomini su questa terra. Tuo fratello, Luz». Long cadde a Cassino il 14 luglio 1943. Aveva trent’anni.