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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

In Francia il design degli elettrodomestici ha un linguaggio separato, un linguaggio che stiamo imparando

In Francia il design degli elettrodomestici ha un linguaggio separato, un linguaggio che stiamo imparando. Le cose sono più piccole, ma anche molto più silenziose e più aerodinamiche. In cucina, quando vengono branchées (accese, ndr), emettono un ronzio discreto e impaziente. Sono tutte snelle, bianche, sagomate, con le spie luminose e i pulsanti armoniosamente piccoli, rettangolari e incassati nella plastica bianca. I massicci, ringhianti elettrodomestici americani che avevamo a New York, con i loro freezer in cima e le loro superfici color tramonto, erano tutti compatti, enormi e sembravano implicare il concetto di istinto di sopravvivenza. Là dentro, ci potevi fare delle escursioni. Gli apparecchi francesi, con le loro lucette lampeggianti e i pulsanti incassati sul davanti, implicano socievolezza e connessione. È come se tutti gli elettrodomestici americani sognassero di essere automobili, e tutti gli elettrodomestici francesi sognassero di essere telefoni. Il freezer francese, in un frigorifero francese, è sempre in basso anziché in alto, ed è fatto di cassetti e compartimenti segreti, come un antico scrittoio; ti sembra di doverlo riempire di lettere d´amore culinarie, di piccoli contorni, come petits pois, anziché della cena della settimana prossima, come si fa con i congelatori americani. I parigini amano i telefoni, ogni genere di telefono. Non li usano come li usano gli americani, ma semplicemente li amano, come gli americani amano le automobili. (Questo dipende in parte dal fatto che per i francesi i telefoni sono una conquista recente; quando stavamo qui nei primi anni Settanta, passò un anno e il telefono non lo avevamo ancora). Il cellulare, che quando ero a New York mi sembrava di vederlo soprattutto in mano agli agenti immobiliari e ai venditori – quelli i cui servizi erano obbedientemente a chiamata – qui è in mano a tutti. Cammini per il boulevard, e tutti parlano, il cellulare incollato all´orecchio. Quello che non si vede mai, invece, è qualcuno che cammina con la cuffietta del walkman, come fanno tutti a New York. (In effetti, per il momento, le mie passeggiate con il walkman mi mancano probabilmente più di qualsiasi altra cosa nella vita: la musica, l´isolamento, il senso dell´esistenza come colonna sonora. Qui nessuno vuole tagliare fuori la città. Sono conversatori, non ascoltatori silenziosi). Non hanno nemmeno la segreteria telefonica, o almeno non la utilizzano per il lavoro di protezione e di selezione e di filtro come fanno i newyorkesi. Se fate una telefonata, e in casa c´è qualcuno, quello risponde; nei confronti delle chiamate hanno lo stesso approccio legalitario che gli americani hanno verso i parcheggi. Si parcheggia dove si deve parcheggiare, mentre a Parigi la gente parcheggia dappertutto. Non è tanto che il telefono abbia trasformato la Francia e l´automobile l´America, ma piuttosto che entrambi si sono inseriti alla perfezione, come mi sembra tipico delle tecnologie, nei desideri che la gente coltivava da sempre. Non nuovi desideri provocati da nuove macchine, ma nuove macchine che corrispondono alle stesse vecchie esigenze. Il telefono ha rimpiazzato il sistema dei messaggi di posta pneumatica, gli pneus, che sfrecciavano per Parigi, e c´è qualcosa di pneu nelle telefonate ancora oggi: le conversazioni telefoniche dei francesi tendono a essere secche, puntuali anziché espansive. C´è una strana qualità riflettente, apparentemente voluta, in tante delle cose che dobbiamo comprare. La caffettiera elettrica Braun con il thermos che avevamo a New York si trova anche qui, ma stranamente solo in nero, mentre a New York si poteva comprare solo bianca. A Luke il BHV (grande magazzino, ndr) piace molto per la musica. Tutto il giorno si sentono esuberanti annunci natalizi registrati, accompagnati da appropriati motivetti. Alcune delle musiche le riconosciamo – la sigla dei Looney Tunes, per esempio – mentre altre suonano vagamente familiari ma è difficile dar loro un nome, e allora i titoli li decidiamo noi: Il tema d´amore del BHV, La flotta vittoriosa del BHV e L´inno natalizio del BHV. Circa cinque giorni prima di Natale, il BHV era tutto addobbato per le feste, anche se, con lo sciopero dei mezzi di trasporto, non c´era in giro quasi anima viva. Venti anni fa a Parigi il Natale non esisteva. Oh, c´era la festa, e anche la scarna, gaulliana figura del Père Noël, un´ascetica e intellettualizzata versione di Santa Claus. Ma il grande potlatch (cerimonia, ndr) del centro commerciale americano era ignoto. Tutto questo è cambiato tanto che non si riconosce più nulla. La liturgia centrale del capitalismo dell´abbondanza, il Natale del grande magazzino, qui conosce una tardiva ma incredibilmente copiosa fioritura, e con un sapore americano così pronunciato che non sembra quasi più una cosa americana, ma solo parte di uno stile internazionale. Il Dôme du Printemps, su boulevard Haussmann, per esempio, quest´anno è decorato a stelle e strisce stilizzate e con figure a grandezza naturale di Jimmy Dean e Marilyn e Clark e Bogie e persino Babe Ruth. Ora al BHV ci sono piante finte, e reparti di decorazioni per l´albero, e un Babbo Natale – sempre pronto per una foto con te – e tralci di sempreverdi appesi dappertutto, e neve artificiale, anche se a Parigi non nevica mai. Quel pomeriggio, L´inno natalizio del BHV ha cominciato a levarsi da ogni altoparlante a ogni piano. Solo quando Luke ha iniziato a ondeggiare nel passeggino ho potuto sentirlo nitidamente per la prima volta, forte e chiaro nel negozio semideserto, e ho capito finalmente perché mi suonava così familiare. Era la sigla di Entertainment Tonight. Forse, dopotutto, davvero non esiste nessun Regulon (spina, adattatore, ndr) nella Semiosfera. © 2000 © 2011 Ugo Guanda Editore S. p. A (Traduzione di Bruno Amato)