Franco Cordelli, Corriere della Sera 12/11/2011, 12 novembre 2011
NASCE DALL’ABUSO DEI CLASSICI. MA UN PO’ MATTO LO E’ DAVVERO
Ad Avignone lo spettacolo più stupefacente fu Au moins j’aurai laissé un beau cadavre, ossia un Amleto del trentenne Vincent Macaigne. Che vi succedeva? Il castello in cui si svolgeva la vicenda, gonfiandosi e sgonfiandosi, appariva e scompariva. Claudio e Gertrude si spogliavano e, del tutto nudi, fingevano di fare o facevano l’amore davanti agli occhi esterrefatti o affascinati del pubblico e del figlio. Costui sparava a Polonio con un revolver, indossando pantaloni corti e camicia da bambino. Lo stesso Amleto (ma nel finale, non dove dovrebbe essere) recitava il suo monologo tra due belanti pecore e con, sul capo, fumettistici orecchioni da coniglio. A Venezia, un altro Amleto. Regista, l’ormai veterano Thomas Ostermeier. Il suo eroe recitava davanti a una telecamera, era un uomo molle (mentre intorno a lui tutto rivelava prepotente fisicità), e apriva lo spettacolo dove l’Amleto di Macaigne finiva: con il suo «essere o non essere». Di Amleto se ne fanno una quantità all’anno. Spesso sono interessanti. Ma occorre essere sempre più interessanti, occorre sempre andare oltre. I drammaturghi contemporanei pensano che la causa sia la sopravvalutazione della regia. Personalmente tendo a credere che vi sia un abuso (quantitativo) dei classici. Che ci si trovi di fronte a un Amleto in manicomio, come quello dello Young Vic, mi sembra normale, se non prevedibile, fermo restando che per giudicare bisogna vedere. Comunque un po’ matto Amleto lo è, non credete? Se non lo è, ce lo hanno fatto diventare.
Franco Cordelli