Pasquale Elia, Corriere della Sera 12/11/2011, 12 novembre 2011
UNA VITA DA LIGA —
L’ultima sequenza è quella dei 120 mila che assediano Campovolo. Stop, moviola indietro di 24 anni. I primi fotogrammi privati di questa carriera fatta di record e successi sono invece meno affollati e narrano di un esordio davanti ad appena cento persone. «Cento amici», sottolinea con onestà Luciano Ligabue, guardando con malcelata malinconia la palazzina nel centro storico di Correggio che ospitava l’ex circolo del Pci Lucio Lombardo Radice. Tutto è cominciato qui, in una saletta che il Liga e l’amico-manager di sempre Claudio Maioli erano riusciti ad ottenere gratuitamente per organizzare il loro primo concerto.
Da questo comune in provincia di Reggio Emilia («fino a pochi anni fa c’erano 50 famiglie Ligabue ma nessuna era imparentata con la mia»), l’autore di «Certe notti» non se ne è mai andato (come per altro testimoniano le immagini del film in 3D che uscirà il 7 dicembre in 300 sale, dosato mix tra le immagini del concerto di Campovolo e le chiacchiere di tre amici che in sostanza raccontano la storia del Liga).
Sarà per quella voglia di attaccamento alle proprie origini, sarà perché camminando tra queste stradine gli «sguardi delle persone li sento più familiari», fatto è che a Luciano non è mai venuta voglia di abbandonare questa terra. E tutto quello che è oggi lo deve a ogni tipo di esperienza consumata da queste parti in 50 anni di vita. A cominciare dall’incontro con lo scrittore Pier Vittorio Tondelli che gli ha insegnato come trasformare la provincia, anche dell’anima, in qualcosa dai confini molto più estesi: «A 15 anni mi regalarono una chitarra e cominciai a comporre canzoni con uno stile da cantautore. Ma erano brani pretenziosi che non funzionavano. Poi grazie a Tondelli iniziai a capire che dovevo posare lo sguardo su piccoli aspetti della vita vera, dare importanza a ciò che mi capitava tutti i giorni. Solo quando sono stato capace di raccontare cose a me vicine, allora sono riuscito a sposare la poetica con il linguaggio comune».
Primo test di questa formuletta magica, in quella sede del Pci: «Fu quasi una scommessa ma appena misi piede sul palco ebbi la strana sensazione di sentirmi a casa mia» ricorda il Liga, che ammette di essere stato sempre un timido, uno che in paese era considerato invisibile. Adesso è tutt’altro che invisibile (e non solo nella sua cittadina), però il suo mantello fatto di riservatezza e discrezione non lo ha mai riposto nell’armadio. «E alla fine, ironia della sorte, ho scelto di fare un mestiere contrario alla mia natura».
Ne saranno contenti i suoi fan (che dal 22 novembre potranno riascoltarsi il concerto di Campovolo con il triplo cd live), che pure hanno rischiato di non veder mai nascere il loro idolo. Ma non artisticamente, nel vero senso della parola. «Sono nato in casa — racconta Ligabue, mentre si ferma al numero 5 di via Santa Maria — ma sono sorte delle complicazioni al momento del parto. Il cordone ombelicale mi si era stretto intorno al collo e stavo morendo soffocato. Sono venuto alla luce che ero di un colore bluastro, cianotico. Chissà, forse non è nemmeno un caso che mi abbiano chiamato Luciano... ciano... cianotico». Oltre al proprio nome, ce n’è anche un altro che il Liga associa a un curioso gioco del destino: «Via Santa Maria, mah... Con i miei genitori atei...». Lui, invece, un convinto cattolico. Anzi, qualcosa di più: «Provi a sparare qualsiasi cosa sui cattocomunismi e sicuramente mi becca». Adesso, di quel movimento «che ha creato tanti danni perché faceva leva soprattutto sui sensi di colpa», non gli è rimasto addosso nulla. Tuttavia il rocker di Correggio non fa mistero di aver «ancora bisogno di credere perché non può essere tutto qui. Però — ragiona passando davanti a Palazzo Cattini, uno dei set del suo primo film Radiofreccia — non ce la faccio a pensare ad un Dio vendicatore che sta lì in alto a giudicare. Io ho bisogno di un Dio da percepire con leggerezza, di immaginarmelo con un gran bel gilet seduto al bar a bere qualcosa con me».
Voglia di concretezza, consapevolezza di poter condividere con migliaia e migliaia di persone anche gli aspetti più intimi della propria vita, come appunto il sentimento religioso. Senza comunque dare alle canzoni chissà quale potere: «Con la musica non cambi il mondo, però puoi cambiare la giornata ad una persona». E con la politica? «Agli inizi della mia carriera pensavo che potesse essere uno strumento efficace per una sostanziale trasformazione, ma poi sono arrivati gli anni ’80 e con essi la grande disillusione». Questo vuol dire che il Liga è un rassegnato? O, come si direbbe di questi tempi, non è più un indignato? «Certo che lo sono ancora, eccome. Solo che un conto è la rabbia a 20 anni, un conto a 40. Quando ero un ragazzo cantavo non è tempo per noi e forse non lo sarà mai. Ma so che quel testo si porta dietro un amaro gusto nichilista. Oggi preferisco dar voce alla mia indignazione con un brano come "Buonanotte all’Italia" che esprime un’irritazione carica però di commozione e nostalgia».
Insomma, in quel comodino dove ci sono una mina e tonsille da seimila watt, a 51 anni Ligabue ha fatto scivolare anche l’ira di quel ragazzo di Correggio che montava sul palco urlando contro il cielo: «È facile essere incazzati e mandare tutti a quel paese come fanno molti miei colleghi: strappi subito l’applauso. A me invece interessa di più percorrere i sentieri della tolleranza e in ogni mia canzone provo a far emergere quel piacere che si può provare nell’accettare ogni diversità».
A proposito di tolleranza, a che punto è il dualismo con Vasco Rossi? «I duelli piacciono soprattutto ai media. Coppi-Bartali, Milan-Inter, Lazio-Roma. Ma in musica non c’è un traguardo da tagliare prima, non ci sono porte in cui segnare e non c’è un giudice che stabilisce chi vince. Perché i giudici sono milioni. Una canzone produce effetti diversi in ogni persona e ognuno ha diritto alla propria emozione. E la musica emoziona davvero quando viene ascoltata, goduta e vissuta non certo quando viene messa a confronto. Vasco ha il suo pubblico e io il mio ma, per esempio, mi dicono che ci sono anche tante persone che seguono entrambi. Quello che è chiaro è che tutt’e due abbiamo un grande privilegio. E io, più di qualsiasi altra cosa, cerco di stare concentrato su tutto l’amore che così tanta gente mi dimostra e su come cercare di esserne all’altezza». A volte, tutto questo, nei «Sogni di rock and roll» succede.
Pasquale Elia