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 2011  novembre 12 Sabato calendario

LE HIGH SCHOOL AMERICANE MEDIOCRI, MA CIVILI

Ho letto la sua risposta alla lettera del lettore il cui figlio ha studiato in una high school americana. Anche mia figlia, l’anno scorso, ha trascorso sei mesi in America, in una high school pubblica in un piccolo paese – ceto medio – della Pennsylvania, per poi tornare a frequentare il classico in una delle scuole – pubbliche – più prestigiose di Roma e quest’anno farà la maturità. Percorsi analoghi, dunque. Ebbene, sia mia figlia che io abbiamo constatato come, infatti, il livello medio dell’istruzione superiore americana sia piuttosto basso: mia figlia aveva agevolmente tutte ‘A’ nelle materie prescelte, sebbene avesse una buona – ma ovviamente non perfetta – padronanza della lingua, soprattutto all’inizio. Quel che c’è di diverso, penso io, è la partecipazione degli studenti, il loro senso di appartenenza a una comunità scolastica, irrobustito anche dalla comune – e obbligatoria – pratica di sport e dalla frequentazione – facoltativa ma nessuno si tira indietro - ad eventi sociali. Il vero salto di qualità, presumo io – è nell’università, cui solo una parte dei giovani americani può accedere e dove investimenti e specializzazione concorrono a creare i migliori – ancora per quanto? – laureati del mondo.
Vito Alessi, Roma
Caro Alessi, come in altri Paesi, anche negli Stati Uniti, la qualità di una high school (l’equivalente del nostro ginnasio-liceo) dipende in buona parte dall’ambiente sociale in cui è collocata. Nei quartieri poveri o modesti, dove le famiglie non hanno né il tempo né la cultura necessari per accompagnare gli studi dei figli, gli insegnanti finiscono per pretendere dalla totalità degli studenti soltanto poco più di ciò che possono ottenere dalla fascia più svogliata e incolta. Negli Stati Uniti, oggi più che mai Paese di pochi ricchi e molti poveri, la situazione è andata progressivamente peggiorando. Da molto tempo, quindi, una gran parte della scuola media americana ha smesso di essere selettiva e il diploma, alla fine dei corsi, è ormai soltanto un «certificato di presenza agli studi». Per affrontare gli esami di ammissione agli istituti superiori e alle università, i giovani più ambiziosi e brillanti devono completare la loro preparazione.
Vi sono tuttavia due «discipline» a cui quasi tutte le high school attribuiscono grande importanza. La prima è certamente lo sport, un «passatempo» che nella società americana conserva ancora la funzione civile che la ginnastica, il tiro a segno, le competizioni sportive, le escursioni in montagna e le gite in bicicletta ebbero in Europa durante la formazione degli Stati nazionali e del cittadino democratico. Sul campo da gioco e in palestra gli allievi delle high school americane imparano lo spirito di corpo, il gioco di squadra e soprattutto il «fair play», vale a dire la correttezza, il riconoscimento del merito, il sentimento che la vittoria debba essere conquistata con il rispetto delle regole.
La seconda disciplina, caro Alessi, è la pratica della discussione. L’insegnante chiama ripetutamente gli studenti a fare domande, a manifestare opinioni, a esprimere i sentimenti provocati dalla lettura di un libro, di un articolo, di una poesia. Quando vengono interpellati, i ragazzi sanno che devono essere concisi e convincenti. Se sorgono opinioni diverse non si può urlare e insultare, come accade troppo stesso in Italia: occorre vincere con argomenti razionali. I compagni di classe ascoltano e giudicano. Sono al tempo stesso il pubblico di uno spettacolo e i giurati di un processo. Naturalmente non tutti i docenti sono altrettanto bravi e non tutte le scuole coltivano allo stesso modo queste virtù. Ma il gioco di squadra e l’arte della discussione sono alla base della formazione di un cittadino democratico: un compito a cui la scuola americana, anche quando impartisce insegnamenti mediocri, attribuisce grande importanza.
Sergio Romano