Paolo Lepri, Corriere della Sera 12/11/2011, 12 novembre 2011
I DELITTI DEL KEBAB, MISTERO RISOLTO —
Solo una pistola, una Ceska 83 dotata di silenziatore, legava tra loro gli «omicidi del kebab», una serie di misteriosi, oscuri delitti compiuti in Germania tra il 2000 e il 2006. Per uccidere otto immigrati di origine turca e un greco — venditori di cibo arabo, fiorai, fruttivendoli —, i killer avevano usato sempre questa arma calibro 7,65, fabbricata nella Repubblica Ceca. Bisognava trovarla e alla fine è stata trovata. Era tra le macerie dell’appartamento di due neonazisti, incendiato dalla loro complice, che alcuni giorni fa si sono sparati a vicenda, dopo una rapina in banca, per non finire nella mani degli agenti da cui erano stati individuati.
Nella roulotte dove Uwe M. e Uwe B. si sono «suicidati», come in un rituale di guerra, oltre ai loro corpi carbonizzati c’erano invece la pistola e le manette della poliziotta Michele Kiesewetter, assassinata nel 2007 a Heilbronn, nel Baden Württemberg, insieme a un collega ferito gravemente: un altro caso irrisolto che aveva dominato per settimane l’attenzione dell’opinione pubblica tedesca. «Tutti questi elementi fanno ritenere non solo che abbiamo trovato i colpevoli, ma che la matrice dei delitti sia di estrema destra», hanno dichiarato ieri i responsabili delle indagini, durante le quali, in questi anni, 160 agenti hanno controllato senza successo 11.000 persone, passando al setaccio milioni di telefonate e ricevute di carte di credito.
Il trio composto da Uwe M., Uwe B, e Beate Z. non era certamente sconosciuto alle autorità della Turingia, che sapevano della loro scelta di entrare in clandestinità, tredici anni fa, per compiere attentati, agendo con l’appoggio di una rete di connivenze, solidarietà e protezioni sulla quale adesso si tratta di fare luce completa. Ma nessuno aveva mai immaginato che fosse stata questa «cellula nera» a uccidere, ispirata da una logica di follia, in città come Monaco, Norimberga, Dortmund, Amburgo, Kassel, Rostock, andando a cercare quasi a caso i propri bersagli.
Sulla scena dei «delitti del kebab» mai un’impronta, una traccia di Dna, un indizio. Mai una testimonianza attendibile, nel buio della notte. Nessuna pista, tranne quelle abbandonate ben presto, della criminalità organizzata, dei debiti di gioco, dello spaccio di stupefacenti. Le vittime non avevano niente altro in comune che la loro origine, il fatto di svolgere piccole attività nel Paese dove la vita li aveva portati e dove l’odio aveva finito per sceglierli. La memoria corre in Italia, quando alla fine degli anni Settanta due giovani neonazisti che si erano ribattezzati «gruppo Ludwig», uccidevano per punire chi aveva «rinnegato Dio»: omosessuali, tossicomani, frequentatori di cinema a luci rosse.
Eisenbach, in Renania-Palatinato, e Zwickau, in Sassonia, non hanno in comune soltanto di essere il luogo natale, rispettivamente, di due musicisti come Johann Sebastian Bach e Robert Schumann, ma sono state il teatro della drammatica conclusione di questa storia dai risvolti incredibili. La rapina in banca, di cui i giornali hanno mostrato le immagini videoregistrate con i due Uwe a capo coperto che si impadroniscono di denaro per autofinanziare la propria attività criminale. Poi la fuga, la decisione di togliersi la vita invece di arrendersi. Il cerchio che si stringe anche attorno alla donna. Beate decide di incendiare il nascondiglio, dove era custodito un vero arsenale, senza riuscire però a cancellare le prove dei delitti commessi. Poi si costituisce, tenendo fino a questo momento per sé i suoi atroci segreti.
Paolo Lepri