Massimo Gaggi, Corriere della Sera 12/11/2011, 12 novembre 2011
AFFARI, DIRITTI UMANI E SOLDATI. L’AGENDA ASIATICA DI OBAMA — A
una settimana esatta dal G20 di Cannes durante il quale era stato costretto ad occuparsi quasi solo di come evitare una frana dell’eurozona che travolgerebbe anche l’economia Usa, il presidente americano Barack Obama è partito ieri per un lungo viaggio tra Pacifico, Australia e Asia, alla ricerca di un rilancio politico e di nuovi spazi per l’economia Usa: è questa, infatti, l’area nella quale gli Stati Uniti, lasciato l’Iraq e ridotto l’impegno militare in Afghanistan, intendono aumentare la loro influenza geostrategica contenendo l’espansionismo cinese e cercando, al tempo stesso, di cogliere nuove opportunità di crescita economica.
A Honolulu, la metropoli delle Hawaii che da oggi ospiterà il vertice dell’Apec, l’organizzazione dei Paesi che si affacciano sul Pacifico, Obama è stato preceduto dal Segretario di Stato Hillary Clinton che già giovedì ha parlato con molta chiarezza degli obiettivi politici ed economici di Washington, a partire da un’affermazione lapidaria: il Ventunesimo secolo sarà il «secolo Pacifico dell’America». Nel prossimo decennio, ha detto la responsabile della politica estera americana, «concentreremo i nostri investimenti diplomatici, economici e strategici in quest’area del mondo». E, pur ribadendo la volontà Usa di sviluppare i rapporti commerciali con la Cina, la Clinton è stata molto ferma nel criticare Pechino per le sue violazioni dei diritti umani, dicendosi, in particolare, allarmata dai recenti incidenti in Tibet dove almeno otto persone si sono date fuoco come atto estremo di protesta.
Si delinea, insomma, un’inversione di tendenza dopo anni nei quali gli Usa — schiacciati dalla crisi economica, da un debito pubblico in buona parte finanziato dalla Cina e con un apparato militare dislocato soprattutto nella regione del Golfo e in Asia centrale — avevano dato la sensazione di arretrare davanti all’influenza crescente di Pechino. I primi segnali erano già arrivati un anno fa quando Obama, al suo primo, impegnativo tour in Asia, aveva rassicurato l’India, l’Indonesia, la Corea del Sud e il Giappone (Paesi variamente impegnati in controversie politiche o territoriali con la Cina) circa la volontà americana di rafforzare il suo dispositivo militale lungo le coste asiatiche del Pacifico.
Ora Washington va ancora più un là con una fitta rete di consultazioni coi suoi alleati al vertice Apec e all’East Asia Summit che si riunirà subito dopo a Bali, in Indonesia. In mezzo, la prima visita ufficiale di Obama in Australia nel corso della quale verrà annunciato che le sue grandi distese ospiteranno ben presto esercitazioni delle Forze armate Usa.
Gli Stati Uniti vogliono insomma dare l’immagine di una potenza che espande il suo impegno nonostante le difficoltà economiche che la attanagliano. Ma al tempo stesso Obama rilancerà il dialogo con la Cina sulla base di un interesse comune a sviluppare i rapporti commerciali. Per un Obama già in piena campagna elettorale che oggi a Honolulu incontrerà il presidente cinese Hu Jintao per la prima volta dopo la sua visita alla Casa Bianca del gennaio scorso, il problema è soprattutto quello di mostrare ai cittadini americani che il Paese ha mantenuto all’estero la sua credibilità e di rendere chiaramente visibili i vantaggi economici derivanti da questo maggiore impegno nell’area del Pacifico.
Il presidente si assenta da Washington per ben 11 giorni proprio mentre la supercommissione bipartisan del Congresso che dovrebbe definire entro il 23 novembre un nuovo piano pluriennale di ridimensionamento del debito pubblico sembra bloccata dai veti incrociati. Secondo alcuni fa male ad andare all’estero in un momento così delicato (tornerà nella Capitale solo alla vigilia della scadenza congressuale), ma la Casa Bianca obietta che si tratta di vertici con altri capi di Stato, impegni internazionali assunti da lungo tempo. E, comunque, Obama si è già «ustionato» ad agosto cercando di mediare fra democratici e repubblicani durante la battaglia sull’aumento del tetto del deficit federale. Ora preferisce tenersi fuori dalla mischia e in fondo anche i parlamentari, almeno per adesso, vogliono negoziare senza il fiato sul collo della Casa Bianca.
Massimo Gaggi