Maria Serena Natale, Corriere della Sera 12/11/2011, 12 novembre 2011
SI PUO’ USCIRE DALL’EURO RESTANDO IN EUROPA? COSA DICONO I TRATTATI
«Una comunità non può sopravvivere se non è in grado di cambiare le sue regole di base». Le parole pronunciate mercoledì dalla cancelliera tedesca Angela Merkel nel 22esimo anniversario della caduta del Muro di Berlino e in vista dell’imminente conferenza annuale della Cdu toccano un nervo scoperto nell’Europa chiamata a ripensare i meccanismi istituzionali e, indirettamente, l’essenza stessa del progetto comunitario. Lasciando filtrare l’ipotesi di un piano che consenta a Paesi membri di abbandonare la zona euro ma rimanere all’interno dell’Unione a 27 e rilanciando lo scenario della doppia velocità, Berlino torna a sollecitare una riflessione sui temi al centro dell’esame di coscienza innescato a Bruxelles dalla crisi. Esame dal quale la Ue può uscire definitivamente compromessa e sfaldata o dotata di nuovi strumenti per riproporsi come protagonista internazionale.
Dentro l’Europa ma fuori dall’euro. Tecnicamente, per ora, non si può fare. Il Trattato di Maastricht o «Trattato sull’Unione Europea» firmato nel 1992 ed entrato in vigore nel 1993 prevede l’obbligo di adottare l’euro per tutti i Paesi che abbiano raggiunto i requisiti stabiliti dai criteri di convergenza (Trattato di Roma ’57). Una tappa in un processo di integrazione che concepisce l’unione monetaria come successiva all’adesione a principi politici.
Esistono due eccezioni e un’anomalia: le prime sono Gran Bretagna (ha ottenuto nell’ambito dei negoziati su Maastricht l’opt-out che le consente di essere membro della Ue mantenendo la sterlina) e la Danimarca (con l’opt-in può decidere di entrare nell’eurozona previo referendum, al momento non c’è alcun voto fissato). Anomalo il caso della Svezia, che pur rispettando i criteri di convergenza e non avendo negoziato clausole ha scelto la via referendaria: nel 2003 hanno vinto i «no», la corona resta moneta nazionale e la situazione congelata, sotto osservazione degli esperti di diritto.
Paradossalmente esiste invece la possibilità di uscire dall’Unione Europea, formalizzata da quel Trattato di Lisbona firmato nel 2007 ed entrato in vigore nel 2009 che modificava i dispositivi di funzionamento comunitari rimpiazzando il più ambizioso progetto di una Costituzione europea. Il testo non si addentra nelle modalità di una procedura finora mai tentata, limitandosi a indicare criteri generali come l’obbligo di tenere negoziati e la necessità che sia il Paese interessato a chiedere di uscire, nessuno può essere espulso. In questo contesto è maturato il dibattito in corso in Gran Bretagna sulla possibilità di staccarsi da Bruxelles.
Cambiare i Trattati. Una modifica delle «regole di base» citate dalla Merkel richiederebbe una conferenza intergovernativa, che in questa fase nessuno si augura considerata la difficoltà di mettere d’accordo le 27 capitali. E le successive ratifiche referendarie determinerebbero una situazione d’incertezza che l’Europa non può permettersi. Un’alternativa ipotizzata dai tecnici è l’introduzione di riforme poco invasive nel Trattato di adesione della Croazia che sarà negoziato da gennaio. Altra ipotesi, uno «scenario Schengen»: stendere un nuovo testo per i 17 membri della zona euro ai quali si aggiungerebbero gradualmente gli altri Stati Ue.
Rinunciare all’unanimità? Attualmente il voto all’unanimità non è la regola ma un’eccezione che vale in settori fondamentali come tassazione, economia e finanza, politica estera e di allargamento, difesa comune.
Forti sollecitazioni a favore della maggioranza qualificata vengono ancora una volta dalla Germania, che vuole tradurre in voti il peso economico e demografico dei singoli Paesi. Su esteri e difesa è possibile ricorrere all’astensione costruttiva, come fece Cipro nel 2008 sulla missione Eulex in Kosovo: non c’è un voto contrario e la maggioranza può comunque adottare le misure oggetto della votazione.
Doppia velocità. La semplificazione, spiegano fonti Ue, fotografa un assetto già esistente che vede coesistere tre gruppi: i 17 dell’euro, Paesi «forti» che per il momento preferiscono restare fuori dalla moneta comune (Svezia, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca), Stati Ue come l’Ungheria o candidati come la Croazia che procedono a ritmi di crescita più lenti. In questo contesto va inserita la riflessione su «quanti non vogliono e quanti non possono far parte del club euro» al centro dei colloqui tra Parigi e Berlino che hanno fatto ipotizzare un asse Merkel-Sarkozy per un’eurozona a due velocità (dopo anni di dibattiti sull’opportunità di affidarsi nelle politiche Ue alle geometrie variabili invocate a Ovest e contrastate nel Centro-Est). Giovedì la Merkel ha parzialmente rettificato spiegando che «il solo obiettivo della Germania è sempre stato stabilizzare la zona euro nella sua forma attuale». Di fatto però i 17 sono avviati ad approfondire l’integrazione all’interno di Eurolandia e la sensazione a Bruxelles è che il processo sia destinato ad andare avanti, imposto, più che da sviluppi politici, dalle esigenze dei mercati. Quegli stessi mercati che hanno già determinato una revisione de facto dello stesso Patto di stabilità e crescita pensato per rafforzare le politiche di vigilanza su deficit e debito pubblico — e comunque destinato a perdere terreno a fronte dell’auspicata unione fiscale. Il Patto non imponeva ad esempio il pareggio di bilancio, che rappresenta un inasprimento rispetto alle condizioni fissate in origine, 3% del Pil come tetto del deficit e 60% per il debito pubblico.
«Sarebbe assurdo se il nucleo centrale del nostro progetto, la nostra Unione economica e monetaria, venisse trattato dalla Ue come un opt-out — ha detto il presidente della Commissione Barroso mercoledì sera a Berlino per esorcizzare lo spettro della spaccatura —. No, una Ue divisa non funzionerà».
Maria Serena Natale