Giovanni Pacchiano, Saturno-il Fatto Quotidiano, 12 novembre 2011
MR BARICCO ALLA FIERA DELLA VANITÀ - MR GWYN, 43
anni, è un uomo fortunato: autore di tre romanzi di successo, ha talento nel raccontare, e sconcerta la facilità con cui sa «calarsi nelle persone e ricostruire i loro sentimenti». Tuttavia un giorno decide che scrivere non è il lavoro adatto a lui: lo dichiara consegnando un articolo al “Guardian”: l’argomento, le 52 cose che si ripromette di non fare mai più. L’ultima: «scrivere libri». Poco male, verrebbe da dire: uno scrittore in meno non cambia la vita. Ovvio, invece, che l’inventore del personaggio Mr Gwyn, Alessandro Baricco, a sua volta scrittore di successo, sia d’altro parere. Sulla sua crisi costruisce infatti il romanzo, Mr Gwyn, appunto. La location: Londra. Forse perché fa più chic? Come Alberto Sordi che in Fumo di Londra veste impeccabilmente all’inglese, e dato per certo che Carate Brianza o Frosinone sarebbero altra cosa.
Bene, questo Jasper Gwyn, nonostante le pressioni del suo agente e amico, Tom Bruce Shepperd, che più avanti morirà, colpa del cuore (è scontato: un po’ di pietas fa sempre bene alle trame), tiene duro, deliziandosi a lasciarsi vivere. Ma non può andare avanti così. Finché un giorno, in un ambulatorio, incontra «una signora anziana con un foulard impermeabile in testa», un’ammiratrice dei suoi libri (anche lei morirà, naturalmente, nondimeno Mr Gwyn continuerà a parlarle e a vederla. Come con un fantasma). E a lei rivela il nuovo mestiere che ha in mente, il copista. Non copista di parole o di quadri, troppo banale: lui intende copiare per scritto le persone, «scrivere dei ritratti», su singoli soggetti, per «riportare a casa quella gente». Allestisce lo studio in un quartiere trendy, in un fabbricato basso, in fondo a un giardino, con «un fondale sonoro in grado di mutare come la luce durante il giorno». E un’illuminazione tutta particolare, «infantile», prodotta da 18 lampadine fatte a mano da un vecchio artigiano, destinate a spegnersi a poco a poco nel tempo. Tutto, insomma, fa parte di un rituale: tra smarrimento, favola, mistero e, perché no, buone dosi di kitsch. Mr Gwyn ha le sue brave idee: tassativo che i soggetti debbano posare per una trentina di giorni, quattro ore al giorno: completamente nudi, fermi o in movimento, non importa, a patto che non parlino. E, a guisa di esperimento, la prima modella è Rebecca, la stagista di Tom, una grassa ragazza dal bellissimo viso. Simpatica, carnale, l’unica figura viva del libro. Disponibile a innamorarsi, ma… Mr Gwyn le dedicherà «sette fogli quadrati» che, su due colonne, contengono il testo del ritratto. Ma di questo, e degli altri che verranno, nuovamente diventato, Mr Gwyn, un fenomeno di moda, molto poco saprà il lettore. Fino a quando, dopo 11 ritratti, un brutto incidente di percorso lo indurrà a interrompere il nuovo lavoro. E la stessa Rebecca, a distanza di qualche anno, avrà una sorpresa…
C’è sussiego, e pretesa, sotto la prosa levigata di Baricco: si sfoggia il non chiarito, l’allusivo, per se stessi. Mentre l’attenzione all’anomalia di comportamenti e gesti vorrebbe invano creare un’aura. «La sua anima e la sua prosa preziosa non conoscono il travaglio che è il principio primo della vita»: è una celebre frase del più grande critico del nostro primo Novecento, Renato Serra, su D’Annunzio. Ma perché non applicarla, fatte le debite proporzioni, qui?
Alessandro Baricco, Mr Gwyn, Feltrinelli, pagg. 158, • 14,00