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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

Lavoro, all’Italia il record degli inattivi - Nel mondo del lavoro non c’è solo chi ha già un impiego e chi lo cerca

Lavoro, all’Italia il record degli inattivi - Nel mondo del lavoro non c’è solo chi ha già un impiego e chi lo cerca. Purtroppo a fianco a queste due «classiche» categorie se ne nascondono altre che di solito restano fuori dai dibattiti ufficiali ma che sono altrettanto importanti per restituire l’immagine esaustiva di un Paese. L’Istat, seguendo definizioni concordate con l’istituto di statistica europeo Eurostat, ha dunque diffuso ieri i dati del 2010 su «disoccupati, inattivi e sottoccupati». Ha arricchito le statistiche classiche cercando di capire dove si annidano gli scoraggiati o i sottoutilizzati e cosa si nasconde dietro la definizione generica di «inattivi». E il primo numero che salta agli occhi riguarda proprio questa tipologia. In Italia gli individui che «non cercano un impiego ma sono disponibili a lavorare» sono ben 2 milioni e 764 mila, l’11,1 per cento delle forze lavoro, un livello che supera di tre volte la media europea del 3,5 per cento. Questo triste primato italiano, spiega Linda Laura Sabbadini, Direttrice centrale dell’Istat, «ci deve far riflettere attentamente. Se è vero che abbiamo un tasso di disoccupazione mediamente più basso di quello europeo, è vero anche che abbiamo un problema enorme su questa categoria, che riguarda soprattutto i giovani e le donne e le persone nel Mezzogiorno». Si tratta di individui «vicini alla disoccupazione», insomma che lavorerebbero, se potessero ma sono talmente scoraggiati da aver rinunciato anche a cercare. E sono anche di più dei disoccupati in senso stretto (2,102 milioni, dunque l’8,4 per cento della forza lavoro; in Europa la media è il 9,6 per cento) Spulciando le tabelle si scopre che questo fenomeno è soprattutto diffuso tra le donne, tra i giovani e nel Mezzogiorno. Su dieci inattivi che non cercano più un impiego sei sono donne. E, rapportato al totale delle forze lavoro, il gentil sesso rappresenta il 16,2 per cento contro il 7,2 degli uomini. Ancora, il 26,6 per cento di questa tipologia di scoraggiati, oltre un quarto del totale, è relegato al Sud. Infine, tra i 15-24enni il fenomeno supera il 30 per cento (30,9). Una percentuale che dal 2004 ad oggi è aumentata di ben dieci punti, dal 21,6 per cento di sette anni fa. Tornando al quadro d’insieme, l’Istat ha dunque segmentato le classiche categorie «occupati», «disoccupati» e «inattivi» in ben sei indicatori complementari che saranno aggiornati d’ora in poi regolarmente dall’istituto di via Balbo. Gli occupati (22,818 milioni) vengono distinti dunque in «altri occupati» (22,384) e «sottoccupati part time» (434 mila). Questi ultimi, come spiega anche la definizione, «vorrebbero lavorare di più, sono persone che si sentono sottoutilizzate» precisa Sabbadini. Poi, a fianco dei classici «disoccupati», cioè i lavoratori in cerca di un impiego, l’Istat divide in tre l’ampia categoria degli «inattivi» (20,765 milioni). Lì c’è dunque il caso italianissimo e già citato di chi vorrebbe lavorare ma non cerca, ma anche 126 mila persone che cercano lavoro ma non sono disponibili. Sabbadini fa un esempio per chiarire meglio: «Si tratta di persone che dichiarano di essersi attivate nelle ultime settimane per cercare un lavoro ma che al momento della nostra domanda hanno un impedimento e non possono lavorare». L’ultimo dato degno di una riflessione che l’Istat mette in evidenza è che, sommando le forze di lavoro potenziali (gli inattivi) ai disoccupati, si contano ben 5 milioni di persone.