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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

Taglio dei fondi Usa l’Unesco paralizzata - Dopo che gli Stati Uniti hanno chiuso il loro portafogli, in quello dell’Unesco si è aperta una voragine

Taglio dei fondi Usa l’Unesco paralizzata - Dopo che gli Stati Uniti hanno chiuso il loro portafogli, in quello dell’Unesco si è aperta una voragine. E così ieri a Parigi, dove ha sede l’organizzazione dell’Onu per la scienza, l’educazione e la cultura, è stato deciso un programma draconiano di tagli e risparmi. Non è, come hanno scritto esagerando le agenzie, lo stop a tutti i programmi Unesco da qui alla fine dell’anno, ma una serie di pesanti economie sulle attività già in corso e il blocco di quelle programmate. Insomma, lacrime e sangue anche qui. Chiudendo la Conferenza generale degli Stati membri, che si riunisce ogni due anni per approvare il bilancio, la direttrice generale, la bulgara Irina Bokova, ha spiegato così la situazione: «Ho interrotto temporaneamente certe attività per rivedere il loro costo. È urgente esaminare l’insieme dei programmi in tutti i settori, compresi gli impegni contrattuali, i viaggi del personale, le pubblicazioni, le spese di comunicazione, le riunioni e il resto per tagliare, rimandare, sospendere, interrompere». Che cosa, di preciso, è ancora da stabilire. Ma la situazione è questa: «L’Unesco adesso gira al rallentatore». La cura dimagrante è inevitabile. Tutto è cominciato il 31 ottobre, quando la Conferenza ha ammesso all’Unesco come Stato membro la Palestina. Voto quasi plebiscitario: 107 sì, 14 no e 52 astenuti. Ma fra i 14 non c’era, oltre chiaramente al voto di Israele, anche quello degli Usa. E una legge di Washington impone di tagliare i contributi americani alle organizzazioni internazionali che accettino la Palestina come membro. Detto fatto: Washington ha gelato il suo contributo di 65 milioni di dollari, che rappresenta il 22% del bilancio Unesco. E, poiché per tradizione gli Usa pagano a fine anno, la voragine si è aperta adesso. Israele ha ovviamente fatto lo stesso, ma il suo contributo, un milione e mezzo, è decisamente più modesto. Bokova che, ironia della sorte, finora era stata molto appoggiata dall’amministrazione Obama, ieri ha reagito proponendo una manovra di emergenza. Per colmare il buco, ha proposto 35 milioni di dollari di economie e di utilizzare altri 30 milioni accantonati come riserve, in pratica tutte, tanto che, ha ammesso, «ciò significa che finiremo l’anno senza alcuna riserva, in una situazione pericolosa». C’è di peggio: il budget dei due anni a venire. Poiché la decisione americana resta, nel biennio ’12-’13 mancheranno 143 milioni di dollari su 685: «In pratica spiega una fonte - si rischia la paralisi». Si salverà, pare, l’impegno prossimo venturo più atteso, il Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’Umanità, dal 22 al 29 novembre a Bali. Poi chissà. Bokova ostenta comunque ottimismo: «Questa situazione è anche un’opportunità per accelerare la riforma. Sono pronta a rivedere l’insieme della nostra azione e le nostre strutture». Restano da trovare nuovi fondi. A parte alcune correzioni ai (complicatissimi) meccanismi di pagamento dei vari Paesi e l’appello perché li effettuino all’inizio dell’anno, le proposte sono in sostanza due. La prima è un appello agli Stati membri perché aumentino, in maniera «interamente volontaria», il loro contributo e ricostruiscano così le riserve. La seconda è la creazione di un fondo di emergenza con le donazioni di Stati, istituzioni pubbliche, fondazioni e singoli sponsor. «C’è già - garantisce Bokova - un afflusso di fondi senza precedenti da privati e associazioni da ogni angolo del mondo». Che basti, però, è un altro discorso. Per l’Unesco la prova è durissima. «La situazione, e peso le parole, è difficile», ammette la direttrice. Il match Unesco-Usa, del resto, ha un precedente: dal 1984 al 2002 gli Stati Uniti uscirono addirittura dall’organizzazione, accusandola di essere troppo terzomondista e troppo di sinistra.