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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

Il banchiere-Onassis allievo di Prodi che ha folgorato la Lega - «Non vi dico nulla. Solo che è un amico di Romano Prodi»

Il banchiere-Onassis allievo di Prodi che ha folgorato la Lega - «Non vi dico nulla. Solo che è un amico di Romano Prodi». E che «è uno a cui piacciono le donne». Or­mai tutti sanno che l’identikit fatto un anno fa da Umberto Bossi per il possibile candidato sindaco di Bo­logna corrispondeva a Massimo Ponzellini, manager, banchiere, economista. Sessantunanni, facil­mente riconoscibile per quegli oc­chiali con montatura nera squadra­ta alla Onassis, Ponzellini è perso­naggio che mescola simpatia, iro­nia e cultura quasi impareggiabil­mente. E unendo le qualità perso­nali a quelle professionali, è arriva­to ai vertici del sistema, pronto per nuove avventure, portato in palmo di mano come il manager più tosto tra quelli in quota alla Lega Nord. Poi, improvvisamente le sue quota­zioni hanno iniziato a seguire quel­le dei Btp, fino alla mazzata di ieri, con la perquisizione e un’accusa di associazione a delinquere. Allievo di Prodi prima, amico di Tremonti poi, Ponzellini è stato fi­no a pochi giorni fa presidente del­la Banca Popolare di Milano ed è tuttora ai vertici di Impregilo, lea­der tra le imprese di grandi lavori. Ma è stato candidato a mille altri in­carichi, tutti a cinque stelle: dal ver­tice di Mediobanca, a quello delle Poste, al Palazzo d’Accursio di Bo­logna per l’appunto. Anche per­ché, da un paio d’anni a questa par­te, il suo nome è stato associato a quello della Lega ad ogni piè sospin­to. Quando Bossi, nell’estate 2010, reclamava le banche per la Lega, a proposito di Ponzellini e della Pop Milano disse: «Ce lo abbiamo man­dato noi, è una bella testa». A Bolo­gna Ponzellini è nato nel 1950 e si è sposato, avendo poi tre figlie. Di fa­miglia che, sono parole sue, «è sem­pre stata abituata bene », si è poi am­mogliato anche meglio, con la si­gnora del caffè, Maria Segafredo, il cui nome ha tatuato sul braccio sini­stro. Segno di un legame forte, mai intaccato seriamente dalla fama di tombeur de femme che lo insegue e che, va detto, il personaggio non fa nulla per mettere a tacere. Comple­ta il quadro la passione per i moto­ri, con vari aneddoti sulle prime Fer­rari che guidava già a vent’anni, tra la via Emilia e il mare. L’inizio è legato all’ambiente del Mulino, di cui il padre Giulio (scom­parso in aprile) era stato uno dei fondatori e dove Ponzellini cono­sce Beniamino Andreatta, i cattoli­ci dossettiani e in particolare il gio­vane Prodi, che lo prende come as­­sistente al ministero dell’industria nel 1978. La stima del Professore gli apre prima le porte di Nomisma, di cui è direttore generale nel 1981, poi quelle dell’Iri, dove Ponzellini conosce per bene la macchina del­le partecipazioni statali da dirigen­te delle strategie e amministratore nelle partecipate Sofin, Alitalia, Finmeccanica. Con l’uscita di Pro­di, esce anche il Ponz, che si trasferi­sce, nel ’90,con incarichi prestigio­si prima alla Bers poi alla Bei, di cui è vicepresidente fino al 2003. Sono gli anni della «trasformazio­ne », perché quando torna sulla sce­na italiana, Ponzellini,nell’Italia bi­polare, sceglie l’altro polo. Sotto il secondo governo Berlusconi è Giu­lio Tremonti a volerlo vicino a sé nella Patrimonio Spa, una sorta di fondo immobiliare pubblico che però non decolla mai. Allora è la vol­ta del Poligrafico dello Stato, dove però nel 2006, con il ritorno di Prodi a Palazzo Chigi, Ponzellini deve sloggiare. Ed è in quell’occasione che Silvio Sircana ci tiene a prende­r­e le distanze dall’ex pupillo di Pro­di, misconoscendo ogni «vicinan­za », e parlando semmai di «vicina­to », relativamente alle abitazioni bolognesi dei due ex amici. Il ritorno del Cav nel 2008 corri­sponde alla ripresa delle quotazio­ni di Ponzellini, ormai considerato uno degli uomini del sempre più emergente Tremonti. Ma qui il gio­cattolo si rompe, un po’ come tanti pezzi e tanti rapporti all’interno del­la maggioranza. Né aiuta il terremo­to esploso al Ministero dell’Econo­mia con l’inchiesta che ha travolto l’ex sottosegretario Marco Milane­se. Fatto sta che i rapporti con Tre­monti non sono più gli stessi. Quan­do poi, in estate, deflagra la crisi del­la Popolare di Milano, in una batta­glia che è stata soprattutto di pote­re, Ponzellini appare più isolato che mai sotto attacco della Banca d’Italia. La sua leggerezza nell’af­frontare problemi complessi, appa­rentemente ai limiti della superfi­cialità, non lo aiuta più a superare situazioni troppo intricate. E alla fi­ne è costretto a cedere. Ma il peggio doveva ancora arrivare.