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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

Frattini e l’arte di cadere in piedi - Nei momenti di difficoltà, il pri­mo obiettivo di Franco Frattini è cascare in piedi

Frattini e l’arte di cadere in piedi - Nei momenti di difficoltà, il pri­mo obiettivo di Franco Frattini è cascare in piedi. La solfa si ri­pete da vent’anni. Il dibattito sul da farsi è in corso nel Pdl ma il ministro degli Esteri si è già detto pronto a traslocare in un governo Monti di responsabilità naziona­le. Così lo chiama. Al motto, «l’Ita­lia prima di tutto», si augura che anche il Berlusca rinunci alle ele­zioni anticipate ma avverte che, in mancanza, è pronto a straccia­re la tessera del Pdl, a lasciare il Cav, il centrodestra, baracca e bu­rattini. È già altrove. Frattini ha giocato d’anticipo per occupare la prima fila nel do­po Berlusconi. È certo che conti­nuerà a regnare sulla Farnesina. A garantirgli la cadrega, il presi­dente Napolitano che del futuro gabinetto sarà il padre nobile. Tra Frattini e il capo dello Stato corrono amorosi sensi. Una carat­teristica di Franco è quella di in­tortarsi i capi di Stato per avere un protettore ulteriore ai pre­mier di cui, di volta in volta, è mi­nistro. Fece lo stesso, come vedre­mo, con O.L. Scalfaro. Il legame con Napolitano è diventato fer­vente con la guerra a Gheddafi di cui entrambi sono stati bellicosi portabandiera. Poiché oggi il Qui­rinale è contro elezioni anticipa­te e spinge per un governo di emergenza, Franco gli fa da ven­triloquo nel Pdl. La baldanza con cui si è dichia­ra­to pronto a rompere col Cav na­sce dall’illustre protezione. Nell’ euforia per la conferma della Far­nesina, ha però perso un po’ la te­sta. Sembra infatti che abbia con­fidato a colleghi che preferirebbe essere ministro dell’Economia, ossia il Tremonti di Monti. Il suo ragionamento è questo. La crisi, più che economica, è di fiducia dell’Ue sulle buone intenzioni dell’Italia. E io, pare abbia detto, «sono l’uomo più prestigioso del Belpaese», dunque il meglio piaz­zato per farne valere le ragioni nei consessi finanziari del globo. Pace se è digiuno di economia e se, come ministro degli Esteri, ci ha finora lasciati in culotte. Ma se pensa di riscattare le sue lacune con la spocchia, fa sorridere. Franco è un romano di 54 anni che passerebbe più tempo sulle Alpi che nel palazzo. È patito del­lo sci, specialità slalom, di cui è an­che maestro federale. Quando può, è sulle nevi. Colpì tre anni fa la sua intervista tv, in tenuta Tom­ba, sullo scontro Israele-Gaza che lo aveva sorpreso in località al­pestre. Il suo marchio, infatti, è far­si cogliere all’improvviso. Era in ferie alle Maldive quando la Rus­sia invase la Georgia nell’estate 2008 e toccò a un sottosegretario sbrigare la bisogna. Cadde dal pe­ro anche sulla Libia la primavera scorsa. Sulle prime- non riuscen­do a raccapezzarsi - si schierò col raìs (che aveva turibolato a Roma sei mesi prima) dicendo: «Dob­biamo sostenere la riconciliazio­ne pacifica ». Tre giorni dopo, avu­to un liscio e busso dalla Clinton, voleva cavare gli occhi a Gheddafi e cominciò ad auspicarne la fine con quotidiana petulanza. Figlio di Alberto, critico lettera­rio, e di un’insegnante, Franco ha studiato nel liceo «nero» di Ro­ma, il Giulio Cesare. Per reazio­ne, si iscrisse e collaborò al Mani­­festo , comunisti extraparlamen­tari. Quando entrò per la prima volta alla Farnesina (2002), l’ex direttore del Manifesto , poi alla Stampa, Barenghi (la Jena) scris­se: «È la prima volta che piazzia­mo un nostro allievo così in al­to ». In realtà, come molti del gruppo, covava l’uzzolo della car­riera borghese. Così, passò al Psi. Laureato in Legge, entrò al Consiglio di Stato per concorso, segno che era un secchione di li­vello. Due anni dopo, era già tra i consiglieri che bordeggiano la politica come consulenti di mini­stri. Suo mentore fu Antonino Freni, scafato consigliere di Sta­to, socialista pure lui, che per an­ni se lo portò dietro. Insieme, cir­cumnavigarono Palazzo Chigi, collaborando col vicepresidente del Consiglio, Martelli, col pre­mier Amato e l’altro premier, Ciampi. Il Nostro era professio­nalmente perfetto e tempera­mentalmente docile. Un caratte­re così buono da sfiorarne la man­canza. Quando «scese in campo» nel ’94, il Cav se lo vide davanti a Palazzo Chigi di cui era stato vice­segretario con Ciampi. Fu Letta a prenderlo in consegna per affini­tà elettiva: erano entrambi petti­nati, soavi e servizievoli. Fu pro­mosso segretario generale e le tv cominciarono ad accorgersi di lui. Dopo il ribaltone di Bossi (fine ’94), Frattini divenne per la pri­ma volta ministro nel governo «tecnico» di Dini. Di qui, il debo­le per i gabinetti di emergenza. Il suo dicastero, la Funzione pub­blica, era senza portafoglio, ma una miniera d’oro. Vista la fine fatta dal Berlusca, Franchino si cercò per prudenza un protetto­re di scorta. Lo trovò in Scalfaro giocando sul punto debole: la sua mania della raccomandazio­n­e per piazzare nelle nicchie del­lo Stato il figlio del portiere, il ge­nero del sarto eccetera. Frattini si mise a disposizione, sistemò fa­legnami, promosse segretarie e conquistò il cuore di Oscar Luigi. Il resto è noto. Deputato Fi nel ’96, una prima volta alla Farnesi­na 2002, Commissario Ue per quattro anni, di nuovo agli Esteri nel 2008. Sempre deferente e a un metro dal Cav. I piedi gli servi­vano per seguirlo o stare sull’at­tenti. Ora li usa per dargli un cal­cio.