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 2011  novembre 10 Giovedì calendario

Alla ricerca della rima perduta Ecco i nuovi maestri «classici» - Dubito che potremmo ritrovarci in quel che scriveva T

Alla ricerca della rima perduta Ecco i nuovi maestri «classici» - Dubito che potremmo ritrovarci in quel che scriveva T. S. Eliot ol­tre sessant’anni or so­no, definendo «classico» il poeta di una «età matura», che risolve e interpreta «lo spirito dei suoi tem­pi » con la semplicità di un «feno­meno naturale »; il poeta che parla per tutti. Nascerebbe classico, in­somma, «chi, dotato del genio ne­cessario, nasce a tempo». Ma: che cos’è lo spirito di un’epoca?E il na­scere a tempo? E il genio necessa­rio? Una bella frase, quella di Eliot: che non precisa niente. E poi, ab­biamo appreso (da Nietzsche e da altri)che il poeta è un faber«intem­pestivo »: non «rispecchia» l’epo­ca nella quale vive; rispetto alla propria età, egli parla in anticipo o in ritardo. Poesia come profezia? Poesia come memoria? O l’una e l’altra insieme? Festeggiando lo scorso 10 otto­bre i 90 anni di Andrea Zanzotto- e di lì a pochi giorni in occasione del­la sua scomparsa- qualcuno ha ac­cennato alla classicità del rappor­to che la sua poesia stabilisce col proprio tempo. Certo, in Zanzotto è continuo il prelievo degli argo­menti offertigli dal «qui e ora», sia nelle espressioni più brutali e ba­nali sia in quel tanto di sublime non inghiottito dal «qui e ora». Zanzotto dà l’impressione di in­ventariarla segno per segno, l’« epoca»; e l’abbondanza, la molte­plicità dei materiali suggerisce l’eventualità di un Poema che infi­ne li organizzi. Ci sono vari modi, oggi, di inspi­rare/ espirare classicità. Alle no­stre spalle resistono i modelli alti e felici, Montale e Saba; ma già Saba introduceva una maniera tutta sua di «far classico»: la parodia. Il suo cosiddetto «antinovecenti­smo »,il cocciuto ossequio a un’ar­monia formale ch’egli ravvisava stabilita, inderogabilmente, nel «filo d’oro» della tradizione italia­na (Dante, Petrarca, Leopardi) lo spingeva a produrre canzoni e so­netti infarciti di arcaismi, se il voca­bolo arcaico gli permetteva di sen­tirsi ligio allo schema, all’obbligo della rima esatta. E quanti speri­mentatori conta il sonetto, ai gior­ni nostri! Dopo Zanzotto, Raboni; e Patrizia Valduga, Gabriele Fra­sca, Giacomo Trinci... Bravi, ambi­ziosi, tenaci nel forzare dall’inter­no quella mirabile gabbia. Non è detto, peraltro, che la pa­rodia sia l’unica o la miglior garan­te di una superstite o rivitalizzabi­le «classicità»: nemmeno quando il parodiante indossi gli abiti solen­ni di Cardarelli- un coetaneo di Sa­ba- , i cui modi smaccatamente leo­pardiani ebbero, fra il 1910 e il ’20, anche una ragione polemica. Ogni generazione ha comunque il suo parodiante geniale. Per intelli­genza, garbo ed astuzia, spicca Giovanni Giudici. Il suo ammicca­re alla tradizione alta, al Classico e all’Antico, fornisce con Salutz (1986) il più vivace esempio di co­me un artificio confessato- qui il ri­facimento di un canzoniere d’amor cortese- riesca a culmina­re in una innegabile verità. È la pre­rogativa dei classici. Non che il poeta più «classico» ­inteso come il più abile - coincida per forza col più «grande». Se per­sonalmente individuo in Luzi il «maggiore» tra i poeti del secondo Novecento, non mi nascondo che questa predilezione dipende an­che dall’essere la poesia di Luzi «in­trinseca » alla mia vita; e capisco che «grandezza» non corrisponde necessariamente a«novità».E allo­ra? C’è un metro un po’ meno em­­pirico e soggettivo? Probabilmen­te no. Il buon lettore andrà in cerca del suo poeta ideale, che intrecci lo slancio innovativo con l’equili­brio tra «forme» e «messaggi» a cui dà il nome di «tradizione». Tradi­zione che, per i più, è un freno; per altri, una minoranza, è un invito, una sfida. Tra gli sfidanti emerge Fernando Bandini: autore di versi pregevoli nella più illustre delle lin­gue morte, il latino; ma soprattut­to di libri come Santi di Dicembre e Dietro i cancelli e altrove ; il mondo classico vi si riaffaccia qua e là per­fino nelle figure, nei miti, ma- sen­za un dito di polvere sopra- aiuta a cantare e a sostenere col giusto rit­mo la «gravità leggera» del nostro viver presente. E qui rammento vo­­lentieri Maura Del Serra, che ne L’opera del vento ( 2006)ha riunito un quarantennio di lirica religiosa­mente e filosoficamente nutrita. Siamo in un’aura di dignità«classi­ca », ma agli antipodi della mime­si, della parodia. Sul registro dialettale, la tradi­zione sussiste ma è un vincolo- di­rei - più lieve. E chi, pur educato sulla poesia «in lingua», scelga di esprimersi in dialetto, ha il privile­gio di poter maneggiare due codi­ci. Sul proprio idioma elettivo, il milanese, Franco Loi esercita que­l­la capacità di contaminazione e di sintesi ch’è dei classici: la retorica del poetare «in lingua» fa lega con quella, meno impacciata, del poe­tare in dialetto. Credo che Loi, in questo, faccia scuola, e non solo in area lombarda: ne ho una prova sfogliando i versi friulani di Ida Val­lerugo, Mistral (2010), uno dei più bei libri di questi anni; un piccolo classico per come, dal microco­smo di Meduno, ridà lena al giova­nile sogno di Pasolini: fare del suo Friuli, liricamente, una terra simi­le a quella Provenza che era una straordinaria culla di poesia.