Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 11 Venerdì calendario

«GENTILE MA RIGOROSO» CONTRO GE E MICROSOFT

«Gentile, intelligente ma freddo». Così, nel 2001, l’ex amministratore delegato di General Electric, Jack Welch, nel libro "Torna a casa Mister Welch", descriveva il Mario Monti dell’indagine antitrust Ue sulla maxifusione tra i colossi dell’energia General Electric ed Honeywell. Solo dopo l’offerta dei disinvestimenti per 2,2 miliardi di dollari, rievoca l’ex Ceo dell’azienda americana, Monti telefonò a Welch chiamandolo per la prima volta per nome e augurandogli un buon viaggio di ritorno: «Good-bye, Jack».

Ritratto psicologico utile a spiegare quel mix di severità e pragmatismo finalizzato a raggiungere risultati rigorosi, in qualche modo definitivi, che non lascino spazio ad ambiguità o dubbi di sorta. Nonostante fosse stato, già con la sfida a Microsoft per abuso di posizione dominante e la multa da 497 milioni di euro, il primo europeo a mettere in crisi la supremazia globale del business targato Usa, nonostante avesse mostrato al Dipartimento della Giustizia che poteva esistere a Bruxelles uno sceriffo Antitrust ben più severo di quello a stelle e strisce, gli americani non lo hanno mai messo all’indice. Non solo gente da "main street", i consumatori pronti a esultare quando un colosso industriale si mostra vulnerabile ed è costretto alla resa ma anche i vertici dell’amministrazione Usa che spesso, proprio con i soldi di quei colossi, sono abituati a finanziare le loro campagne elettorali. Perché quell’essere "straight", diretto, è un pregio che gli americani sanno riconoscere a tutti, soprattutto agli avversari di valore. E sono le doti che hanno portato Monti più volte a Yale nel corso degli anni, nella Trilateral e poi in Goldman Sachs.

Ma i dieci anni di Bruxelles, quell’impegno per costruire un’area regionale forte e rispettata, restano il tratto essenziale della sua vita. Nel ’94 da commissario al mercato interno, integrazione finanziaria e fiscalità si trova a fare i conti con forti sacche di resistenza nei Paesi come Regno Unito che avevano fatto della tax competition un elemento di attrazione. È costretto a ingoiare qualche articolo critico del Financial Times ma quando gli inglesi capiscono che il ritrovato dinamismo sulla fiscalità non significa lo scontro frontale (tra l’altro sull’armonizzazione occorre l’unanimità per i Trattati) ma solo aprire tavoli di coordinamento l’atteggiamento cambia. E Monti nomina proprio l’inglese Dawn Primarolo a prima presidente del gruppo di coordinamento. I risultati non si fanno attendere come dimostra la direttiva che tassa anche i dividendi sulle rendite finanziarie dei non residenti. Attivismo anche nel settore degli appalti con distinzioni precise per la prima volta tra appalti e concessioni fino alla comunicazione sulla golden share da evitare o limitare nel processo di privatizzazioni. Azioni che hanno portato una valanga di procedure di infrazione contro tutti gli Stati membri compresa l’Italia. A Bruxelles, così come a Washington, sanno bene chi è Mario Monti e come lavora. Per questo possono continuare a dargli fiducia anche per una nuova sfida.