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 2011  novembre 10 Giovedì calendario

Volevano salvare l’Italia ma si ritrovano condannati - Hanno annunciato di voler scen­dere in campo e sono stati espulsi

Volevano salvare l’Italia ma si ritrovano condannati - Hanno annunciato di voler scen­dere in campo e sono stati espulsi. Ca­pita anche ai numeri uno, nel senso di presidenti, padroni, azionisti di riferi­mento, tutti riuniti, in due soli cogno­mi: Della Valle & Lotito, premiata dit­ta punita martedì dal tribunale di Na­poli per frode sportiva. Gli uomini del­la rinascita, gli eroi del risorgimento etico vengono indicati come quelli con le mani sporche di marmellata, assieme agli altri illustri protagonisti della cosiddetta Calciopoli. Invece di tutelare gli interessi del Paese, imma­gine che garba moltissimo ai due, han­no badato al particolare, all’interesse personale delle loro aziende, Fiorenti­na e Lazio, accomunate anche da una partita poco fischiata e molto conte­stata ma pure dalla voglia di apparire su altri fronti, la politica, il bene socia­le, il senso patriottico, il desiderio e la sicurezza di essere altro da quello che passa il convento Italia. Della Valle e Lotito sono due tipi fondamentalmente diversi, opposti direi. L’imprenditore laziale non ba­da al look semmai alla lingua, veste or­dinario, classico, nessun fronzolo, bracciale, foulard, frequenta l’italia­no, a volte arcaico, enuncia frasi in la­tino, ha un ritmo affabulatorio da ra­diotaxi. Il suo collega marchigiano è una nuvola di charme, commette gaf­fe di italiano scritto tra un anacoluto e uno strafalcione, parla quasi sottovo­ce, come in hot line. Lotito ha chiare, decise radici di destra, Della Valle flut­tua, di qua e di là,secondo l’ufficio me­teorologico e il mercato. Vederli, in­sieme, condannati ad anno uno e me­­si tre per una storia di pallone potreb­be provocare risa tra le jene di cui il bel paese è affollato. Ma, secondo un’altra corrente di pensiero,sono vit­time del sistema, semplici osservato­ri dell’onu calcistico, personaggi a margine di un tritacarne manovrato da chi sappiamo, anzi sanno e sapran­no sempre. Lotito, in tivvù, non ha cortigiani e intervistatori accomodanti, anzi spes­so si ritrova a fare disfida con opinioni­sti che non gli perdonano, per igno­ranza, le citazioni ciceroniane o la «non» cultura (!!!) calcistisca, per gli al­tri, invece, ammessa con sudditanza; Della Valle gode di coccole e carezze in ogni dove decida di presentarsi, con eleganza e charme, le sue rifles­sioni sono magiche, come il tono del­l­a voce che le accompagna a differen­za di quel caciarone laziale che non parla «ore rotundo» ma ovale. Di colpo, in un maledetto martedì sera, si sono ritrovati, però, sullo stes­so balcone mentre di sotto la folla uheggia, insulta (non tutta), li indica (non tutti), li sbeffeggia (quasi nessu­no). È l’ora dello stupore e dello sban­do, il fotogramma in cui nessuno vor­rebbe mai finire. Lotito dovrebbe, po­trebbe, per regolamento sportivo, la­sciare gli incarichi presidenziali e di componente del consiglio federale, Della Valle ha già delegato ad altri, missioni e impegni, limitandosi, si fa per dire, a garantire i versamenti ne­cessari. Ma qui il problema è un altro: è il loro afflato etico, il loro appello al­la nazione «...perché l’Italia non viva più lo spettacolo indecente ed irre­sponsabile che molti di voi state dan­do... » disse e scrisse il Della Valle Die­go nel volantino pubblicato da alcuni quotidiani. Questo spettacolo che ro­ba è? In quello stesso testo, non del tut­to made in Italy come grammatica, l’imprenditore chiedeva che «...le componenti della società civile più se­rie e responsabili, che hanno vera­mente a cuore le sorti del paese, si par­lino tra di loro... ». Ecco, è questo il mo­mento: che Diego e Claudio «si parli­no tra di loro».