Vittorio Feltri, il Giornale 10/11/2011, 10 novembre 2011
Borse e Btp vanno ko Ma il problema non era solo Silvio? - Mezzo Parlamento, quasi tutte le banche, tutti i giornali e gran parte degli opinionisti ospiti fissi delle tivù hanno predicato per mesi: il problema è Silvio Berlusconi, se toglie il disturbo a Palazzo Chigi i mercati si tranquillizzano, torna la fiducia nell’Italia e la situazione si normalizza nonostante la crisi
Borse e Btp vanno ko Ma il problema non era solo Silvio? - Mezzo Parlamento, quasi tutte le banche, tutti i giornali e gran parte degli opinionisti ospiti fissi delle tivù hanno predicato per mesi: il problema è Silvio Berlusconi, se toglie il disturbo a Palazzo Chigi i mercati si tranquillizzano, torna la fiducia nell’Italia e la situazione si normalizza nonostante la crisi. Alla fine qualcuno, noi compresi, ci aveva creduto. In effetti tre giorni fa, quando si sparse la voce (falsa) che il premier intendesse dimettersi, ci fu un balzo delle quotazioni borsistiche. Pensammo: vuoi vedere che hanno ragione gli antiberlusconiani? Martedì però i fatti hanno dimostrato il contrario. Perché il Cavaliere ha annunciato, ufficialmente, parlando con il capo dello Stato, che non appena sarà approvata la legge di stabilità ( che soddisfa le richieste della Bce e dell’Ue), se ne andrà. Ovviamente ci aspettavamo un effetto positivo sulla finanza e, invece, è stato un disastro: giù i listini azionari e una impennata degli interessi sui titoli di Stato. Ieri, peggio ancora. E allora? Evidentemente sbagliavano valutazione gli avversari del governo nel sostenere che rimuovendo Berlusconi si sarebbe rimosso anche ogni ostacolo sulla via della rinascita del Paese. Se i mercati hanno reagito male alla notizia che Silvio mollerà il timone, segno che il problema non era e non è lui. Anzi. Gli speculatori e la stessa Europa erano terrorizzati non dal presidente del Consiglio, ma dalla sua instabilità. E ora che egli non è più instabile ma ha dichiarato di rinunciare all’incarico, investitori e Unione europea sono stati presi dal panico. Perché? Temono che dalla padella si cada nella brace. In altri termini. Se si ritira il Cavaliere, chi verrà dopo di lui? Interrogativo angoscioso. Se sul podio salirà un tecnico o un pincopalla spacciato per tale, non potrà che essere sostenuto da una maggioranza diversa dalla attuale. Una maggioranza cioè di sinistra (comprendente partiti quali il Pd e l’Idv e la mandria di Nichi Vendola)che sta ai mercati e alle riforme liberali come il diavolo all’acqua santa. D’altronde attendersi dai progressisti e dagli ex comunisti ( legati alla Cgil di Susanna Camusso) una politica di rigore e di decisioni impopolari è da poveri illusi. L’Europa non pretende da noi la luna nel pozzo, ma uno sforzo per allinearci alle regole in vigore in ogni Paese del continente:eliminazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che impedisce flessibilità e mobilità, eliminazione delle pensioni di anzianità, equiparazione di uomini e donne sull’età per la collocazione a riposo, eliminazione degli enti inutili (incluse le province), eliminazione delle corporazioni (ordini professionali), semplificazione burocratica, chiusura delle università che regalano diplomi di laurea ad aspiranti disoccupati; insomma una serie di provvedimenti assolutamente in contrasto con il bagaglio politico e culturale dell’opposizione. Ecco perché i citatissimi mercati sono nervosi. Preferivano un Cavaliere in equilibrio precario a un tecnico impossibilitato a varare una sola legge che riduca drasticamente il debito pubblico, padre di tutti i guai nazionali, primo fra i quali il sospetto che l’Italianon garantisca a gioco lungo la solvibilità, cioè non sia in condizioni di restituire i soldi a chi glieli ha prestati. Il Pd e il Sel, se il lettore ha fatto caso, non accennano neppure a dire sì a manovre che impongano sacrifici. Motivo: non scontentare la base. Che ha un solo dio: il welfare che l’accompagni e la nutra dalla culla alla bara. Fanno ridere i presuntuosi di certe segreterie partitiche. Sperano che Giuliano Amato sia incaricato di formare un nuovo esecutivo, e indicano Mario Monti quale senatore a vita e ministro dell’Economia. Come se non li conoscessimo. Oltretutto, su quale maggioranza potrebbero contare? Non sul centrodestra. Perché la Lega non vuole nemmeno sentire parlare di pasticci tecnici. Perché il grosso del Pdl rimarrà fedele al Cavaliere. Sicuro. Una quarantina di topi e tope, soprattutto tope, per dirla con Marco Travaglio, sono pronti ad abbandonare il casino ex Forza Italia, ma non sarà mai sufficiente per le larghe intese. Larghe? Semmai strette e soprattutto basse. Come fa Napolitano a varare un governo sorretto anche da puzzoni, mignotte, frustrati e traditori a loro insaputa e marxisti di risulta riciclati, gabellandolo per una squadra di specialisti in rianimazione dell’economia? Quale altra soluzione avrebbe a portata di mano il presidente della Repubblica? Nessuna. La maggioranza di centrodestra non ha più i numeri. Quella di sinistra non li ha mai avuti. Eventuali passaggi da uno schieramento all’altro possono sempre avvenire, perché la fauna politica fa schifo come il resto dell’umanità, che si divide in incapaci e furbetti, ma c’è un limite anche alle porcherie. Alle quali Napolitano non avrà, almeno si spera, il coraggio di dare la propria benedizione. O dovremo revisionare anche il giudizio su di lui, per altro non ottimo sapendo da dove arriva. Cioè dal comunismo. Che è una malattia da cui si può migliorare ma non guarire. Ad maiora.