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 2011  novembre 10 Giovedì calendario

Il professore della Bocconi che piace a banche e mercati - Mario Monti, l’economi­sta gradito all’Europa e ai mercati, appena nomi­nato sena­tore a vita da Giorgio Na­politano con una decisione che ha colto tutti di sorpresa, ha rassere­nato un poco gli investitori e so­prattutto ha messo il sistema politi­co con le spalle al muro, potrebbe davvero entrare a Palazzo Chigi martedì o mercoledì prossimi

Il professore della Bocconi che piace a banche e mercati - Mario Monti, l’economi­sta gradito all’Europa e ai mercati, appena nomi­nato sena­tore a vita da Giorgio Na­politano con una decisione che ha colto tutti di sorpresa, ha rassere­nato un poco gli investitori e so­prattutto ha messo il sistema politi­co con le spalle al muro, potrebbe davvero entrare a Palazzo Chigi martedì o mercoledì prossimi. Le elezioni anticipate restano un’opzione molto forte, tanto più che per un eventuale governo tec­nico, al momento, non esiste sulla carta una maggioranza parlamen­tare. Ma se Berlusconi non otterrà le urne, il suo successore più proba­bile è senz’altro Monti. Le quota­zioni di Giuliano Amato, il grand commis tecnico-politico che la Pri­ma R­epubblica ha lasciato in eredi­tà alla Seconda, erano salite nel cor­so­della giornata ma paiono ora for­temente ridimensionate. Nel fuo­co della crisi finanziaria che ci ha portato sull’orlo del baratro en­t­rambi sono giudicati ottimi candi­dati d’emergenza: ma i due non so­n­o affatto uguali, così come diver­se sono le forze e i gruppi che pre­mono per l’uno o per l’altro. All’ingrosso,potremmo sempli­ficare dicendo che l’arrivo di Mon­ti segnerebbe una discontinuità maggiore non tanto rispetto a Ber­lusconi e al governo attuale, quan­to soprattutto rispetto all’intera classe politica italiana. I mercati lo amano prima di tutto perché non ha un curriculum politico, sebbe­ne sia stato nominato commissa­rio europeo per la prima volta da Berlusconi e goda oggi delle simpa­tie di gran parte del centrosinistra. La sua candidatura a Palazzo Chigi non è affatto una novità,e nell’ulti­mo anno e mezzo si è più volte riaf­facciata fra gli avversari del gover­no, prima e dopo la mancata spalla­ta del 14 dicembre; tuttavia lo stes­so Berlusconi ha avuto la tentazio­ne di offrirgli almeno una volta la poltronissima di ministro dell’Eco­nomia. Mario Monti appartiene a quel ristretto e qualificatissimo gruppo di banchieri ed economisti italiani - come Draghi o Ciampi- il cui pre­s­tigio internazionale è fuori discus­sione. Allievo a Yale di James To­bin (il premio Nobel noto per la proposta, oggi tornata di stretta at­tualità, di tassare le transazioni fi­nanziarie internazionali), Monti a 27 anni è già in cattedra, a Torino; la lascerà nel 1985 per la Bocconi, dove diventa prima direttore del­­l’Istituto di Economia politica, poi rettore e infine (nel ’94, alla morte di Spadolini) presidente. Il 1994 è anche l’anno in cui Ber­lusconi, appena arrivato a Palazzo Chigi, lo indica insieme a Emma Bonino come commissario euro­peo. Cinque anni dopo è riconfer­mato dal governo D’Alema e rice­ve la delega alla Concorrenza. Il procedimento contro Microsoft per violazione delle norme anti­trust è opera sua, come è opera sua il divieto alla fusione tra General Electric e Honeywell. Nel 2004 Monti torna alla Bocco­ni e comincia a scrivere sul Corrie­re , ma non è certo un pensionato. Poco conosciuto al grande pubbli­co, estraneo al reality della politi­ca, lontanissimo dalla guerriglia quotidiana dei giornali e delle tv, la sua rete di contatti e relazioni è in realtà impressionante: dal 2005 è international advisor per la gigan­tesca banca d’affari Goldman Sa­chs; è il presidente europeo della Commissione Trilaterale, il miste­rioso e­chiacchieratissimo club in­ternazionale neoliberista che com­pare in qualsiasi teoria del com­plotto che si rispetti; infine, fa par­te del comitato direttivo del Grup­po Bilderberg, la ristretta confrate­r­nita di economisti, banchieri e poli­tici che una volta l’anno si riunisco­no­ a porte chiuse e senza verbaliz­zare mai nulla - per discutere i de­stini del mondo. Diciamo che se i poteri forti esistono, Mario Monti li conosce bene. Di pasta diversa è Giuliano Ama­to, classe 1938, il Dottor Sottile che per molti anni servì fedelmente Bettino Craxi e che poi, nel crepu­scolo della Prima Repubblica, se ne allontanò per rispondere all’ap­pello di Scalfaro e dar vita, guarda un po’, ad un governo tecnico d’emergenza chiamato a fronteg­giare una spaventosa crisi finanzia­ria che aveva buttato la lira fuori dal sistema monetario europeo. Nella Seconda Repubblica l’ambi­zioso professore socialista è stato ministro delle Riforme nel gover­no D’Alema, presidente del Consi­glio alla sua caduta, e ministro del­l­’Interno nel secondo governo Pro­di; l’altr’anno Berlusconi lo ha no­minato presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Pro­prio in questo ruolo, apparente­mente decorativo, il Dottor Sottile ha avuto modo di riprendere con­tatti più diretti con Palazzo Chigi e con il Quirinale. Chi non lo ama rimprovera ad Amato un’eccessiva dipendenza dalla rete di relazioni che ha sapu­to sapientemente costruire negli anni, e di cui oggi sarebbe di fatto prigioniero. Lo stesso, a ben vede­re, si potrebbe dire anche di Monti: ma le sue relazioni sono prevalen­temente extrapolitiche e la mag­gior parte dei suoi amici non è nep­pure italiana. E questo non può non far piacere a chi ci guarda da Bruxelles, da Parigi o da Berlino. E da Washington, naturalmente.