Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 11 Venerdì calendario

PERRY FA SCENA MUTA AL DIBATTITO IN TV. ADDIO NOMINATION —

Un vero e proprio suicidio politico-mediatico in diretta televisiva. Non c’è altro modo per definire la performance con la quale il governatore del Texas, Rick Perry, ha trasformato in un evento-chiave della campagna elettorale un dibattito tra i candidati repubblicani alla Casa Bianca, il nono della serie, altrimenti destinato a trascinarsi senza storia.
Schizzato in testa ai sondaggi (superando anche il battistrada Mitt Romney) il giorno in cui annunciò la sua candidatura, alla vigilia di Ferragosto, Rick Perry ha visto rapidamente tramontare la sua stella per una serie di errori politici (definì «una truffa» le pensioni pubbliche che danno da vivere a decine di milioni di anziani, in maggioranza elettori repubblicani), sommati a scivoloni comunicativi durante vari dibattiti.
Ma i repubblicani non amano troppo il mormone Romney ed Herman Cain è nei guai per le accuse di molestie sessuali. Così il governatore del Texas ha pensato di avere ancora una possibilità di riscatto. Il dibattito di martedì sera nel Michigan doveva essere per lui un «nuovo inizio». E invece è stato con ogni probabilità la fine delle sue ambizioni presidenziali. Colpa di un’amnesia e della sua incapacità di gestire un momento difficile davanti alle telecamere, arrivato dopo un’ora di dibattito senza sussulti, coi candidati che si limitavano a discutere pacatamente dei temi di attualità, a partire dalla crisi in Europa. Mitt Romney è tornato più volte sul caso Italia, sostenendo che tocca alla Ue affrontare il problema: «Non sta a noi intervenire per salvare i governi europei e le loro banche. Hanno economie grandi e grosse facciano da soli. Certo saranno guai se l’Italia andrà in default». A un certo punto Romney ha dato l’impressione di contemplare una possibilità di intervento americano in caso di peggioramento della crisi italiana ma poi, a domanda specifica, ha risposto con un netto diniego.
Poi, all’improvviso, si è consumato il dramma politico di Perry. Non per l’attacco di un avversario: è stato un caso di autoaffondamento. Perry ha annunciato di voler sopprimere tre ministeri: commercio, pubblica istruzione e poi… Poi si è fermato, cercando di ricordare il terzo. Secondi di imbarazzato silenzio, sguardo perso nel vuoto, col sottofondo dell’intervistatore implacabile («allora, il terzo?») e i suggerimenti dei colleghi. Anziché tentare di cambiare discorso, Perry ha continuato a rimuginare per un interminabile minuto, scartando uno ad uno i dicasteri menzionati dai suoi avversari. Poi si è scusato col pubblico (il terzo dicastero è quello dell’Energia).
A fine dibattito gli stessi consiglieri per l’immagine di Perry chiedevano ai giornalisti se, secondo loro, l’episodio segna la fine della sua candidatura. Rick ha cercato di reagire, ieri è apparso su tutte le reti tentando di buttarla sullo scherzo con battute come «quale ministero che vi irrita a tal punto che vorreste dimenticarlo?» Ma il danno sembra ormai irreparabile.
Tutta acqua per il mulino di Romney che si trova in vantaggio col minimo sforzo: fin qui ha centellinato le apparizioni pubbliche visto che, tanto, gli avversari continuano a implodere da soli senza che lui debba nemmeno fare la fatica di attaccarli. Prima Michele Bachmann, che ha finito per inciampare sulla sua stessa retorica: un linguaggio estremo che ha dato di lei un’immagine poco presidenziale. Poi Cain, in difficoltà per l’accusa di aver molestato (verbalmente) 4 dipendenti quando era un manager. Ora il tonfo di Perry.
Per Romney la strada della nomination sembra in discesa. Ma non quella del confronto con Obama. Che è sempre in difficoltà, ma recupera nei sondaggi che ipotizzano un confronto tra i due, mentre i risultati di referendum e votazioni locali di martedì scorso mostrano un fronte repubblicano in difficoltà, soprattutto laddove, spinto dai Tea Party, ha adottato misure radicali come la cancellazione dei diritti sindacali del pubblico impiego.
Massimo Gaggi