Beppe Severgnini, Corriere della Sera 11/11/2011, 11 novembre 2011
«L’ITALIA HA GRANDE POTENZIALE: CE LA FARA’»
Ex potente. È una professione che oggi fa bene alla salute, all’umore e al conto in banca. L’americano Bill Clinton, il tedesco Gerhard Schröder, il britannico Tony Blair. L’ex primo ministro britannico è a Milano, ospite del World Business Forum. Fisico asciutto, sorriso pronto, strette di mano: l’uomo sa come lavorarsi la gente in una stanza. Si lascia fotografare a turno con chi arriva, come le sagome cartonate dei presidenti americani a Disneyland: ma lui è vero. Le rughe — solo quelle — tradiscono l’età (classe 1953). Dieci anni di governo (1997-2007) e settantatré viaggi in Medio Oriente (2007-20011) lasciano un segno.
Anthony Charles Lynton Blair — scopro — non guarda i film su se stesso. «I find it so weird, lo trovo così strano. Star lì seduto a dire "Non è andata così, è andata in un altro modo"». Impossibile sapere, quindi, se è meglio Michael Sheen («The Queen», «I due presidenti») o Pierce Brosnan («L’uomo nell’ombra»). Sono costretto a chiedergli dell’euro e del governo italiano.
Sul primo non ha dubbi. «Poiché l’aritmetica vince sempre sulla politica — dice — l’Europa deve utilizzare l’intero arsenale per difendere la sua moneta». «Non decidere è già una decisione», dirà più tardi, dal palco.
Lei era favorevole all’ingresso del Regno Unito nell’euro. E’ ancora di questo parere?
«Diciamo che i motivi politici per entrare nell’eurozona erano largamente a favore, ma non c’erano le condizioni economiche. Ma siamo chiari: la Gran Bretagna è profondamente condizionata da quanto succede all’euro, anche se ne è fuori».
Nella sua autobiografia («Un viaggio», Rizzoli) lei loda Berlusconi. Lo definisce un amico. Ricorda che vi ha aiutato a portare le Olimpiadi 2012 a Londra («Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso, aveva agito»). Come sa, il presidente del Consiglio è in uscita. Qual è il saluto di Tony a Silvio?
«Sa, non voglio entrare nelle questioni politiche interne italiane...»
Neppure un commiato?
«Posso dire che è stato un collega con cui ho lavorato bene».
Questa gliela volevo chiedere da anni: cosa ha pensato quando le è comparso davanti con la bandana, nell’estate 2004, a Porto Rotondo?
«That’s Silvio, isn’it? E’ Silvio, no?»
E Mario Monti? Lo ha incontrato?
«Sì. Certo».
E...?
«E ovviamente è una persona abile e di talento. Ma bisogna capire una cosa: oggi la questione riguarda cambiamenti strutturali di lungo periodo che richiedono le giuste scelte politiche. Chiunque sarà primo ministro in Italia dovrà avere l’appoggio necessario per prendere decisioni difficili. La crisi dell’euro ha reso evidente la necessità di un cambiamento in Europa: non l’ha creata. Ripeto: chiunque prenderà quella posizione avrà bisogno di grande supporto, e la gente dovrà mettere da parte interessi personali o settoriali, affinché il Paese torni a essere forte».
È rimasto sorpreso delle difficoltà in cui s’è trovata l’Italia?
«L’unità monetaria è un progetto guidato dalla politica, ma definito dall’economia. Alla fine si arriva a un punto in cui bisogna riallineare le strutture dei vari Paesi col fatto che sono nella stessa valuta. In verità l’Italia è un Paese di grande profondità e forza. Una nazione con un enorme potenziale. Credo e spero che ce la farà».
Se Berlusconi l’avesse chiamata, nei giorni scorsi, e le avesse chiesto «Resto o mi dimetto?», lei cosa gli avrebbe consigliato?
«No, davvero, non voglio entrare in queste cose...».
Le piace la vita che fa oggi?
«Faccio l’inviato in Medio Oriente per il Quartetto (Onu, Usa, Ue, Russia) e mi occupo delle mie fondazioni (sul dialogo interreligioso, in aiuto ai governi dell’Africa, sullo sport). The business stuff — le cose d’affari, tenere discorsi pubblici come oggi (per il quale avrebbe ottenuto 150 mila euro, ndr) — mi servono per sostenerle. Oggi impiego 150-160 persone. Elementi della stampa inglese mi attaccano spesso per i soldi che guadagno. Ma temo che le notizie sulla mia ricchezza siano grandemente esagerate.
Lei è consulente di società, organizzazioni, governi. Tra questi il Kazakistan del presidente Nazarbayev, non un grande esempio di democrazia, anche se Berlusconi, un anno fa, l’ha indicato come tale.
«Il Kazakistan è reduce da un enorme sviluppo economico, e ora si avvia sulla strada dei cambiamenti politici e delle riforme. Sta in una parte difficile del mondo. Dobbiamo dividere i Paesi tra quanti vanno avanti e quanti vanno indietro: il Kazakistan va avanti».
Gheddafi: non siete stati troppo indulgenti, voi leader dell’Occidente?
«Semplice: dopo il 2003, Gheddafi ha abbandonato il programma chimico e nucleare e ha smesso di appoggiare il terrorismo. Purtroppo, come sappiamo, i cambiamenti politici interni non ci sono stati. E quando ha cominciato a uccidere la sua gente, bè, abbiamo fatto bene a intervenire e sbarazzarci di lui».
Le piacciono i giornalisti?
«Ho un problema specifico con i media britannici. Sono un centrista, e credo che la Terza via — le politiche progressiste stile Clinton-Blair, per intenderci — siano ancora la strada giusta. L’establishment di sinistra non mi ama per questo: perché sono modern Labour. L’establishment di destra non mi ama perché, prima di me, i laburisti non avevano mai completato due mandati consecutivi. Io ho vinto tre volte di fila (ride). Ma quello non è giornalismo: è propaganda. La stampa libera è invece essenziale».
E se chi sta al governo la possiede? Conosco un Paese dove succede.
«(sorride) Non accade nel sistema britannico. Questo è quello che posso dire».
Se si guarda indietro, quale considera il suo maggiore successo?
«Ci sono singoli successi, come l’accordo in Irlanda del Nord. E ci sono processi. Dieci anni di prosperità economica. La riduzione della criminalità. Il miglioramento dei servizi pubblici. Poi c’è un punto interrogativo sulla politica estera: ma giudicherà la storia. Io sono la persona sbagliata cui chiedere».
Però lei è qui. Provi a riassumere in una frase.
«In una frase? Ho provato ad essere un modernizzatore. La Gran Bretagna ha iniziato il ventesimo secolo come la prima potenza del mondo, e l’ha chiuso in una situazione geopolitica totalmente diversa, ma con un grande futuro davanti a sé, come un Paese liberale, aperto e tollerante. Questo è lo spirito che volevo portare. Anche il partito conservatore ha dovuto accettare questo, in un certo senso».
Lei ha 58 anni. Che lavoro intende fare da grande? A parte il re o il papa.
«(ride) Non ho la nascita giusta per il primo lavoro, non sono abbastanza bravo per il secondo. Avrei accettato the Europe job (il presidente dell’Unione Europea, ndr) se me l’avessero offerto. Ma non è accaduto».
Ultima domanda: nel 1979, primo viaggio indipendente a Londra, stavo con amici inglesi in uno squat (casa occupata) di Dalston, ospite di Mark Ellen, ex bassista dei suoi «Ugly Rumours» a Oxford. Secondo Mark — cito — «la rock band esisteva con lo scopo primario di incontrare ragazze eccitanti con i vestiti a fiori». Conferma?
«È sostanzialmente corretto».
Beppe Severgnini