Gian Antonio Stella, Corriere della Sera 11/11/2011, 11 novembre 2011
SUPERMARIO E UMBERTO, QUELLI DI VARESE. UNO AMA L’EUROPA. L’ALTRO LA DETESTA - E
chi se l’immaginava che la Terza Repubblica post berlusconiana cominciasse con uno scontro fra un neosenatore varesino di città e un vecchio Senatur varesotto di campagna? Eppure è così: tra il centro di Varese dove è nato Mario Monti e il paese di Cassano Magnago dove è nato Umberto Bossi ci sono sì e no una ventina di chilometri. Ma i due sono più diversi di uno zapoteco della mesa messicana e un indigeno della taiga siberiana. A partire dall’idea dell’Europa.
Il primo, che proprio come commissario Ue si guadagnò il soprannome di «SuperMario», è assolutamente convinto che l’Europa sia l’unica prospettiva possibile e non sopporta «il costume, sempre più diffuso, di dare all’Unione la colpa delle carenze nazionali e usarla spregiudicatamente a fini di politica interna». Il secondo, ne ha dette in questi anni peste e corna. Ha sbraitato che «l’Europa può diventare la nuova Urss». Che «è ora di finirla con l’Europa dei tecnofili, i tecnocrati alleati dei pedofili». Che «abbiamo in Europa i rifacitori della nostra storia: massoni, trafficanti, venditori di pelle d’anguria». Fino alla sparata sui «cetrioloni che abbiamo noi padani, non quelli lunghi 12 centimetri che hanno in Europa e vogliono per tutti uguali».
Il conflitto insanabile sul ruolo della Ue, però, è solo il punto d’arrivo di due vite e due visioni del mondo radicalmente diverse. Figlio di un direttore di banca, nato a Varese perché la famiglia era tornata da Milano alla città d’origine per fuggire ai bombardamenti, «SuperMario» cresce spingendo il pedale della bicicletta, la sua grande passione («A 8 anni assistetti con mio papà ai mondiali di ciclismo del ’51») e passando «molte notti ad ascoltare la radio a onde corte un po’ per conoscere le lingue e molto per capire il mondo». Studia al milanese Istituto Leone XIII, s’iscrive alla Bocconi, si laurea prestissimo, si specializza a Yale studiando con James Tobin che vincerà il Nobel per l’economia, comincia a insegnare a Trento e a poco più di trent’anni è in cattedra alla Bocconi dove diventerà rettore e poi presidente.
Figlio di un operaio e di una portinaia, Umberto Bossi cresce un po’ spiantato tra biliardi, balere e motorette («Mi allontanai dall’etica severa dei miei genitori e dalla Weltanschauung del mondo agricolo», avrebbe raccontato nella sua autobiografia) e per molti anni non ha per niente voglia di studiare: «La prima tappa della mia marcia di avvicinamento alla cultura fu la scuola Radio Elettra di Torino». La seconda: «Decisi di iscrivermi alle superiori, in un istituto privato, per bruciare le tappe: ormai avevo 25 anni... Sul finire degli anni Sessanta mi diplomai». Andava già per la trentina. A quel punto si iscrisse a medicina: nel 1987, entrato a Palazzo Madama, era ancora fuori corso.
Certo fu più facile, per Monti: «Quando ho avuto 16 e 17 anni mio padre mi ha anche portato qualche settimana in Urss e poi negli Usa», raccontò a Stefania Rossini dell’Espresso, «Voleva che mia sorella e io ci facessimo un’idea personale delle due potenze». Fortune: non erano tanti, i ragazzi che all’epoca avevano quelle opportunità. Certo non le aveva l’Umberto. Ridurre tutto alla differenza di classe sociale, però, sarebbe ridicolo. Basti dire che la curiosità bossiana per il resto del mondo è tale che suo figlio Renzo, deputato regionale lombardo, ha confidato: «No, non sono mai sceso a sud di Roma».
Nella vita di entrambi c’è una banca. Quella di Monti è la Comit, dove dal 1988 al 1990 è vicepresidente e lavora con altri due colleghi che portano lo stesso cognome facendo nascere battute sulla «Trinità dei Monti». Quella di Bossi, che come unica esperienza di lavoro può vantare alcuni mesi all’Automobile club dove si licenziò («Mi ero stancato e oltretutto non si guadagnava granché») è la banca infilata nella strofa di una canzone, intitolata «Col Caterpillar» che scrisse ai tempi in cui voleva diventare come Celentano: «Noi siam venuti dall’Italy / abbiamo un piano / per far la lira. / Entriamo in banca col Caterpillar / e ci prendiamo il grano».
Certo, hanno entrambi all’occhiello imprese che resteranno. «SuperMario» è riuscito a guadagnar la stima degli europei («Ah, caro Silvio, il suo professore mi ha fatto un’ottima impressione, non sembra neanche italiano», telefonò Jacques Santer al Cavaliere) mostrando che le regole valgono per tutti, dicendo no alla fusione tra Honeywell e General Electric e appioppando una multa di mezzo miliardo di euro a Bill Gates e a Microsoft per abuso di posizione dominante. Il Senatur è riuscito a mettere insieme gruppi e gruppuscoli autonomisti creando quello che oggi, dopo la morte o l’evaporazione di tanti altri, è il più antico partito nostrano. Si è inventato un’epopea, ha messo sul tavolo la questione settentrionale, è riuscito a dispetto degli scettici a conquistare il Viminale, il Veneto, il Piemonte, molte Province, centinaia di Comuni.
Possono capirsi? Mah... Scrive in uno dei suoi libri il Gran Pignolo Mauro della Porta Raffo, lui pure varesino, amico del varesino Piero Chiara e cultore della varesinità, che i suoi concittadini sono «anarchici di destra» e che come sostiene Nanni Svampa citando Dario Fo, Cochi e Renato, Massimo Boldi, Francesco Salvi ed Enzo Iacchetti il Varesotto «è terra d’origine, oltre che di comici, di molti "matti" di talento della miglior specie». Ma è più matto di talento Umberto Bossi che punta a scardinare l’Italia o Mario Monti che in quell’Italia ci crede ancora?
Certo, il linguaggio è assai diverso. «Popolare e popolano», Bossi ama le provocazioni, mostra il dito medio, minaccia di spaccare la faccia ai giornalisti, fa le pernacchie, è capace di elaborare strategie politiche raffinate e insieme di sparare parolacce volgari. L’altro riesce a parlare oggi con un linguaggio così garbato da apparire demodé. E in un Paese dove per anni è stata teorizzata la necessità di essere «simpatici», se ne uscì un giorno confessando di essere cresciuto nel rispetto di quel padre che aveva «una schizzinosa distanza dalla politica e una madre che aveva la dote dell’allegria. Non ho preso da lei, purtroppo». «Non sembra triste», gli obiettò la Rossini. «Ma non sono neanche allegro» riprese lui. E chiuse con parole irresistibili: «Non ho il dono della convivialità splendente». Chissà che non sia proprio questo che lo fa apprezzare in Europa…
Gian Antonio Stella