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 2011  novembre 11 Venerdì calendario

«COSÌ È MORTA LA MOBILITÀ NEGLI STATI UNITI»


Per la prima volta durante una recessione la produttività continua ad aumentare. Col risultato che sempre più lavoratori si troveranno schiacciati tra la disoccupazione e gli utili delle società. In sostanza il mondo del lavoro sta affrontando quello che è successo circa un secolo fa nel settore agricolo negli Stati Uniti. Sempre meno braccia per produrre. Col risultato finale che diminuiscono i consumi e il welfare non sta in piedi. Ma le Borse riescono ugualmente salire perché le perdite vengono assimilate grazie alla gestione dei lavoratori trattati come commodity. È la sintesi del pensiero di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, che l’altra sera ha tenuto concione in un evento organizzato dalla società Gi Group. «Rigidità e mobilità sono concetti che stanno passando di moda nel mondo del lavoro», ha detto Stiglitz, «e gli Stati Uniti fanno da apripista non solo per il continuo aumento di produttività. Ma anche perchè altri problemi, come il credito hanno avuto il sopravvento».
Il Nobel già passato alla storia anche per le sue tirate contro il Fondo monetario internazionale fa esplicitamente riferimento al mercato immobiliare. Il suo crollo tiene inchiodati gli americani, un tempo invece disposti a muoversi di Stato in Stato. «Ormai il valore dei mutui è superiore a quello degli immobili stessi», ha precisato Stiglitz, «in questo modo un cittadino statunitense che trova un lavoro in un’altra città, non potrà spostarsi. Per il semplice motivo che per acquistare la nuova casa avrà bisogno di liquidità per compensare la perdita frutto della vendita del vecchio immobile». In sostanza le case negli usa non sono più un risparmio, ma una passività che sta ingessando l’intero mondo del lavoro. «Se si aggiunge poi che i lavoratori sono come le commodity e quindi non vengono formati né stimolati per la crescita», ha tenuto a specificare il Nobel, «il mercato si stringe sempre di più verso i capitali producendo una serie di effetti». Primo, le entrate di un lavoratore medio negli Stati Uniti in proporzione corrispondono a quelle del 1978. Secondo, il 40% dei disoccupati Usa è di lungo termine. Terzo, soltanto l’undici per cento dei lavoratori è impiegato nel manifatturiero. Quarto, in poco più di vent’anni per realizzare la stessa produzione di beni il numero di addetti è sceso di cinque sesti. E su tutto incombe un ulteriore problema che si chiama globalizzazione. «Adesso non c’è ancora integrazione tra mercati», ha proseguito il professore della Columbia, «ma quando ci sarà, potrebbe conseguirne il livellamento del reddito da lavoro. Ovviamente verso il basso».
Come uscire dunque da una tragedia annunciata? Gli scenari sono simili a quelli della grande depressione e «allora gli Usa ne uscirono con la guerra e con la formazione del personale». Stiglitz non fornisce ricette concrete, ma visto che la guerra si deve accantonare, resta l’altra opzione. «La politica in America come in Europa non deve proseguire in assurde scelte di austerità. Deve cominciare a vedere nella forza lavoro un valore aggiunto e non più una commodity. Come tali i lavoratori devono essere formati e preparati a nuovi settori e nuovi comparti. Solo così», ha concluso il Nobel, «si uscirà dall’impasse che stiamo vivendo. La stessa che spinge Occupy Wall Street a protestare contro quell’uno per cento della popolazione che detiene il 35% delle risorse».

Claudio Antonelli