Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  novembre 10 Giovedì calendario

DIFFICILE UN INTERVENTO DELL’EFSF

La deriva italiana non poteva giungere in un momento peggiore, mentre l’Europa è a corto di denaro e sta negoziando con enormi difficoltà un indispensabile rafforzamento del fondo di stabilità Efsf. Le trattative si stanno rivelando una corsa contro il tempo che rende ancor più drammatica questa fase nella quale alla volatilità dei mercati finanziari si è aggiunta l’instabilità politica.

I timori italiani segnalano «una nuova fase della crisi, ancora più pericolosa» commentava ieri da New York Mohamed El-Erian, responsabile degli investimenti di Pimco, la filiale del gruppo tedesco Allianz, tra i maggiori investitori istituzionali a detenere debito pubblico italiano. I rendimenti dell’obbligazione decennale italiana hanno superato di slancio il 7%, un livello ritenuto insostenibile.

Quando in luglio il consiglio europeo decise di rafforzare l’Efsf e portare la dotazione effettiva a 440 miliardi di euro, i Governi temevano per la sorte della Spagna. Poi nel giro di qualche settimana si sono resi conto che il pericolo era l’Italia e che il denaro a disposizione non sarebbe mai stato sufficiente per un Paese che nei prossimi 12 mesi deve rinnovare debito in scadenza per 326 miliardi di euro.

Attualmente, l’Efsf ha già impegnato denaro in Irlanda, Portogallo e Grecia, e gli restano al massimo 300 miliardi di euro. A fine ottobre, il consiglio europeo ha quindi deciso di aumentare la force de frappe a 1.000 miliardi di euro. Il potenziamento - attraverso la nascita anche di un veicolo speciale chiamato ad attirare investimenti dall’estero - è però ancora argomento di accesi negoziati.

«La discussione in occasione dell’Eurogruppo di lunedì sera è stata molto preliminare» ammette un negoziatore europeo. Il presidente dell’Efsf Klaus Regling ha presentato un documento tecnico che dovrebbe servire per la discussione con gli investitori. L’Efsf nasce per stabilizzare i mercati, ma nel tentativo dei Governi di distribuire i rischi dipende dalla buona volontà degli investitori che dovrebbero investirci denaro.

All’incontro del G-20 di Cannes, la settimana scorsa, i cinesi hanno posto le loro condizioni. Spiega un diplomatico europeo: «La Cina riconosce gli sforzi europei per risolvere la crisi; crede che l’Europa debba risolvere la situazione in primis con i propri mezzi; è pronta ad aiutare ma solo nel quadro di un intervento del Fondo monetario internazionale». Lo stesso Fmi però ha una dotazione di appena 500 miliardi di euro.

Nei giorni scorsi, alcuni Paesi europei - tra cui la Francia, ma ufficialmente non la Germania il cui ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble ieri ha smentito che il suo Governo fosse tra questi - hanno fatto pressione perché l’Italia accettasse l’aiuto dell’Efsf (lo statuto del fondo di stabilità prevede la richiesta del Paese che poi beneficia del sostegno). L’iniziativa francese, oltre ad essere stata bocciata da Roma, è stata raffreddata da chi ha fatto notare che l’Efsf non avrebbe comunque denaro sufficiente.

Continua di conseguenza a circolare l’idea di trasformare l’Efsf in banca e di darle accesso alla Banca centrale europea. I tedeschi respingono questa ipotesi che i Paesi latini, guidati dalla Francia, continuano invece a promuovere informalmente, aiutati da una Gran Bretagna il cui vice primo ministro Nick Clegg ieri qui a Bruxelles ha sottolineato che è nell’interesse di Londra salvaguardare l’euro.

Il debito italiano è cinque volte più importante di quello greco. Il Paese, pari al 20% del Pil della zona euro, è ritenuto troppo grande per fallire. Il ministro delle Finanze austriaco Maria Fekter ha aggiunto lunedì che «è troppo grande per essere oggetto di un piano di salvataggio». Presa di posizione forse esagerata, ma che spiega le pressioni di questi giorni sul Governo perché risani il debito senza contare (per ora?) sull’aiuto europeo.