Maximilian Cellino, Il Sole 24 Ore 10/11/2011, 10 novembre 2011
DA AGOSTO LA BCE HA COMPRATO BTP PER 70 MILIARDI
Dicono i trader che nel bel mezzo della bufera che imperversava ieri sui mercati sia arrivata l’ormai consueta telefonata che impartiva ordini di acquisto sui BTp: dall’altra parte del filo la Banca centrale europea (Bce) che, tramite le singole banche nazionali, provava a frenare l’emorragia. Si dice anche che il consiglio direttivo di Francoforte fosse pronto a riunirsi per esaminare la situazione ormai critica del nostro Paese, ma su questo aspetto l’Eurotower si è trincerata dietro un «no comment» di circostanza.
Quello che è certo è che la deriva dei rendimenti del BTp decennale si è arrestata verso l’ora di pranzo poco sotto il 7,5% (il 5,75% in più rispetto ai bund tedeschi), probabilmente anche per effetto di quell’intervento. Ma è altrettanto evidente che, almeno fino a questo momento, la Bce ha potuto opporre soltanto un argine temporaneo all’ondata che minaccia di spazzare via i nostri titoli.
Cifre precise su quanto sia stato veramente acquistato sul mercato secondario non esistono, perché Francoforte fornisce soltanto il valore complessivo delle transazioni effettuate e non il dettaglio Paese per Paese e bond per bond, ma qualche ipotesi si può fare: dal 16 agosto, cioè da quando il Securities Markets Programme (Smp) è stato esteso a Italia e Spagna, al primo novembre sono state ritirate dal mercato obbligazioni per 109 miliardi di euro (l’Smp è passato da 74 a 183 miliardi). Gli analisti stimano che il 65% di quest’ammontare sia legato a BTp, il 35% a titoli spagnoli e qualche spicciolo a Grecia, Irlanda e Portogallo.
Settanta miliardi di euro o poco più, dunque, che sicuramente sono aumentati in questi primi dieci giorni di novembre, ma che in fondo sembrano essere ben poca cosa di fronte ai quasi 1.600 miliardi di titoli di Stato in circolazione a fine ottobre (e ai mille miliardi di BTp). Per avere un risultato che possa durare un po’ di più e raggiungere l’obiettivo occorre verosimilmente allargare il tiro. Lo chiede l’Aiaf, l’associazione degli analisti finanziari, che ieri ha invitato la Bce a «incrementare drasticamente l’ammontare degli interventi nel mercato dei titoli di Stato italiani» e lo fanno notare anche i grandi investitori internazionali: sempre ieri, Andrew Bosomworth di Pimco (cioè il principale gestore obbligazionario al mondo) sottolineava che «sarebbe necessario aumentare di 5-6 volte l’ampiezza» dei riacquisti.
Ma se il messaggio è chiaro, la soluzione non è altrettanto semplice: la Bce dovrebbe diventare il «prestatore di ultima istanza», un compito che va contro il suo stesso statuto e che lo stesso presidente Mario Draghi, alla sua prima uscita ufficiale, ha escluso. E se si continua a «sterilizzare» le operazioni per evitare di «stampare moneta», come ha ribadito ieri Jens Weidmann, presidente della Bundesbank (e successore del dimissionario Jürgen Stark, fiero oppositore dei riacquisti) non si potrà comunque andare avanti a lungo.
Finché gli acquisti restano «timidi» la Bce rischia di creare una sorta di boomerang, invitando il mercato ad andare a testare la sua volontà di frenare lo spread e quindi mettendo in gioco la sua stessa reputazione senza ottenere risultati. Ma c’è la sensazione che si tratti di una questione di qualità degli acquisti, oltre che di quantità. «Il problema – sottolinea Andrea Delitala, head of investment advisory di Pictet – è che Francoforte si muove di rimessa e cerca di frenare il mercato quando si è già messo in movimento. Dovrebbe invece agire in modo preventivo, magari segnalando di essere disposta a difendere a tutti i costi un livello di rendimento del BTp al 5% se l’Italia rispetta i propri impegni: solo così si potrà interrompere il circolo vizioso che si è creato».
Fissando l’obiettivo in modo chiaro e senza porre limiti alle munizioni si finirebbe per assomigliare in tutto e per tutto alla Federal Reserve, che non per niente ha speso più di 2mila miliardi di dollari per riacquistare titoli di Stato Usa e altri asset (cioè oltre dieci volte quanto impiegato dalla Bce). Salvare il futuro dell’euro passa forse anche da questa strada.