Donatella Stasio, Il Sole 24 Ore 10/11/2011, 10 novembre 2011
MILLS, MEDIASET E RUBY: BERLUSCONI SENZA «SCUDI»
«Attento, farai la fine di Craxi» ha continuato a sussurrare qualcuno all’orecchio di Silvio Berlusconi in queste settimane, per convincerlo a non gettare la spugna subito, ma solo con la prospettiva di elezioni anticipate o di un governo guidato dal fedelissimo Angelino Alfano. E quindi con la garanzia, se non di continuare a gestire le sue pendenze giudiziarie come ha fatto finora (con leggi e leggine ad personam, conflitti contro le toghe, ispezioni negli uffici giudiziari), quanto meno di guadagnare tempo e allontanare da sé l’amaro calice di eventuali condanne. Come quella per corruzione giudiziaria nel processo Mills, giunto ormai alle ultime battute (sia pure in primo grado), che resta la spina nel fianco del premier, anche perché, nonostante sia destinato a prescriversi a marzo 2012, getterebbe un’ombra sulle due precedenti assoluzioni nei processi sulle tangenti alla Guardia di Finanza e All Iberian (per prescrizione). O come quella per il risarcimento di 564 milioni di euro che la Fininvest deve pagare alla Cir di Carlo De Benedetti per la vicenda Lodo Mondadori, in base a una sentenza della Corte d’appello di Milano appena impugnata in Cassazione.
Preoccupazioni e fantasmi agitano le notti del premier e hanno pesato sulla scelta di «resistere, resistere, resistere», per mollare solo a certe condizioni. I processi di Milano - Mills, Mediaset diritti-tv e Ruby -, in cui Berlusconi è imputato, sono destinati ad arrivare a sentenza senza gli "scudi" legislativi e politici che la maggioranza (compresa la Lega) ha finora appoggiato incondizionatamente. Il 28 novembre il Tribunale dovrà sentire l’avvocato inglese David Mills che, secondo l’accusa, sarebbe stato corrotto dal Cavaliere per rendere falsa testimonianza nei processi All Iberian e "tangenti alla Gdf", e già quello è un appuntamento che spaventa Berlusconi se ci arriverà – come ormai sembra – senza più lo status di presidente del Consiglio. Peraltro, nel Pdl c’è anche chi minimizza il peso di queste pendenze: «Se Berlusconi si dimette ora – è il ragionamento di un ex berlusconiano – un’eventuale condanna nel processo Mills non avrà più gli effetti politici derivanti dalla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici e in ogni caso il processo si prescriverà in appello». Idem per il processo Mediaset-diritti tv, che si prescrive nella primavera del 2012. Quanto a Ruby, è vero che i tempi di prescrizione sono più lunghi (2020), ma «una volta che Berlusconi è uscito dalla scena politica, perderà l’interesse mediatico avuto finora». Non solo: molti pidiellini ritengono che con l’uscita di scena del premier, le toghe saranno più indulgenti nei suoi confronti.
È difficile immaginare che il Berlusconi «perseguitato dai giudici» si rassegni a presentarsi nelle aule giudiziarie come ogni imputato, a difendersi "nel processo" e non "dal processo", a utilizzare il «legittimo impedimento» come qualunque cittadino o parlamentare. Anche perché, al di là dei processi di Milano, teme che da altri uffici giudiziari (Napoli, Bari, Palermo) possano partire bordate, difficili da parare senza più scudi, ombrelli, lodi. Ma la crisi politico-finanziaria sta facendo saltare ogni suo piano. Se si andrà a un governo tecnico, o istituzionale, diventerà un parlamentare qualunque. Una resa, più che una scelta.