Angelo Aquaro, la Repubblica 10/11/2011, 10 novembre 2011
I PAPERONI AMERICANI CHE NON PARLANO INGLESE - NEW YORK
Come dite successo voi a New York? Felix Sanchez de La Vega Guzman non s´è mai posto il problema. In quarant´anni di duro lavoro è passato dal carretto di tortillas alla poltrona di un´azienda alimentare da 19 milioni di dollari: senza mai spiccicare, o quasi, una parola d´inglese.
Per lui "success" si dice ancora come si dice nella sua Puebla laggiù in Messico: "éxito". Ma il gap, meglio: la lacuna, non ha impedito all´immigrato dal nome Felix di trovare quell´happiness, quella felicità che la Dichiarazione di Indipendenza ha scolpito tra i diritti inalienabili dell´uomo: qualsiasi lingua parli.
Felix non è solo, anzi. L´ultimo censimento, anno 2010, ha contato la bellezza di 4 milioni e mezzo di capofamiglia che conoscono poco o nulla la lingua di Shakespeare (e Donald Trump). Di più: 35.000 persone guadagnano più di 200mila dollari all´anno, la cifra che il fisco americano considera spartiacque tra classe media e ricca.
E pensare che per più di cent´anni, dai tempi della grande immigrazione del XIX secolo, l´inglese era stato la bestia nera di chi partiva dagli angoli più poveri d´Europa per cercare fortuna. Proprio la scarsa conoscenza della lingua costò ad Antonio Meucci una delle più grandi fregature della storia: incapace di muoversi in quella giungla di brevetti e concessioni in cui il capitalismo Usa prosperava selvaggio, il povero immigrato di Clifton, New York, si vide scippare da Alexander Grahm Bell l´invenzione del telefono.
Sembra dunque una vendetta della storia che proprio il telefono e i nuovi mezzi di comunicazione, oggi, abbiano fatto la fortuna di Felix e di quelli come lui. «Tutto il mio mercato è ispanico» dice, naturalmente in spagnolo, al New York Times. «Non c´è bisogno dell´inglese: basta una telefonata o un messaggio via computer, e tutto in spagnolo». Certo la tecnologia, spiega anche la sociologa Nancy Foner, fa la differenza: «Sarebbe stato impossibile per gli immigrati di un secolo fa, che non parlavano la lingua, trasformarsi in businessman: senza aeroplani, senza cellulari, senza computer». Ma è vero pure che il miracolo di Felix si spiega anche, come riconosce lui stesso, con la particolarità di quel mercato latino che negli Usa è ormai una nazione nella nazione.
Gli immigrati dall´America Latina sono il gruppo etnico più in crescita, 40 milioni di cittadini. E da Los Angeles a New York lo spagnolo è ormai la seconda lingua, dalle insegne alla pubblicità passando per le istruzioni per compilare i documenti: al punto che ieri anche il primo test mai lanciato di d´emergenza nazionale, che ha interrotto i programmi radio e tv, aveva le scritte in English e Spanish. Per la verità ci sarebbe anche un test di lingua da superare per ottenere la cittadinanza: ma Mister Felix assicura che se ce l´ha fatta lui, che è diventato americano un quarto di secolo fa, ce la possono fare tutti.
Infatti. Dopo i latinos già s´avanzano i milionari cinesi e coreani: anche loro svelti a fare fortuna, e molto meno svelti di lingua, sempre grazie alle loro enclaves. That´s life, asi es la vida: così la terra della speranza è diventata la terra dell´esperanto.