GINO CASTALDO , la Repubblica 9/11/2011, 9 novembre 2011
JANNACCI "LA VITA SE NE VA, MA HO FATTO COSE BELLE"
Caro, vecchio Enzo Jannacci, con addosso un sacco di guai, malattie, tormenti, in estate un blocco respiratorio lo ha fatto stare alcuni giorni in rianimazione, ma ancora è lì, arguto, poetico, un crudo sognatore d´altri tempi. Ma allora Jannacci, come sta? «Mah, diciamo che esco poco di casa, mia moglie fa i turni con la donna di servizio, mio figlio Paolo pure, lui deve fare il papà a sua volta e il figlio, ma diciamo che oggi sto meglio, c´è un po´ di sole, vado molto col tempo, mi ha preso le ossa, e quindi col maltempo... Non è che prendo sempre antidolorifici, se no è come abituarsi al Fernet. Mi prendono la vita e ne fanno quello che vogliono». L´occasione di questa conversazione è decisamente straordinaria. Per incredibile che possa sembrare c´erano alcuni suoi dischi storici, tra cui Quelli che..., del 1975, mai pubblicati su cd. Ci ha pensato l´etichetta Ala Bianca a tirarne fuori quattro che usciranno in questi giorni a cadenza settimanale.
Non le sembra assurdo che non fossero mai stati ripubblicati?
«Sì, effettivamente, incredibile, poi mio figlio Paolo si è messo lì a riaggiustarli, ha fatto un lavoro monumentale...».
Un rapporto così tra padre e figlio non è del tutto usuale. Una bella cosa...
«Lui fa molte cose da solo, ma poi lavora per me, anche il libro che ha fatto, Aspettando il semaforo, ovvero "l´unica biografia di Jannacci che racconti qualcosa di vero", invece di interpretare la biografia di un padre che è morto, ha fatto come voleva, partendo dal presupposto: mio padre non è un santo».
Era molto che non riascoltava quelle canzoni?
«Per forza, ho dovuto perché Paolo se deve usare i musicisti va in studi adatti, e invece questi lavori li fa in casa, e quindi per sette otto mesi ho riascoltato questo disastro. Certe cose funzionavano meglio allora quando si usavano metodi artigianali, era come mettere a posto i tubi. Però venivano fuori benissimo... nessun altro se non te può mettere a posto una frase come "quelli che... passano la vita da malati per morire da giovani o una vita da sani per morire da malati..."».
C´è qualcosa che aveva dimenticato?
«Me le ricordavo, ma sono talmente tante che ho sbattuto il muso contro belle cose che mi hanno fatto piacere. Mi sono trovato a riamare una canzone come Quello che canta Only you, mi è sembrato un capolavoro. Ci sarà una ragione per cui queste canzoni le hanno prese per sigle, spot. Alcune non mi sono piaciute affatto: troiate, porca puttana».
Beh, poi ci sono le canzoni di Conte, e il capolavoro Vincenzina e la fabbrica, forse la più bella canzone sul tema del lavoro che sia mai stata scritta. Anche incisa oggi non farebbe una piega...
«Sì, è vero, era un pezzo dovuto, poi però mi sono tirato fuori da questa baraonda, non saprei far fronte oggi, meno male che ho scritto Vincenzina, così se uno arriva con le carte da tressette io calo giù Vincenzina, e dico: e voi che avete in mano? La verità è che c´è stata una picchiata culturale da quindici anni a questa parte da mettersi le mani nei coglioni e dire speriamo che almeno uno si salvi, farà male ma almeno uno si salvi. Sono cose senza preavviso, senza niente. O eravamo troppo emozionati noi, pieni di voglia di vivere, di costruire, di non andare alla deriva, e sono venuti fuori tutti in quel periodo, gente che non c´è più, alcuni li han fatti morire, altri stiamo morendo, pazienza, però adesso... Le cose bisogna saperle guardare, ascoltare, l´ultimo in ordine di tempo è stato Conte, non era facile all´epoca capire Bartali, io l´ho presa e ci ho tirato fuori delle cose mie».
Non pensa di poter tornare in pubblico, magari solo a presentare questi vecchi dischi da riascoltare?
«Non lo so, per venire fuori devo star bene. Io non sono come Fabrizio (De André, ndr) che si metteva lì con lo spartito, la bottiglia d´acqua o di whisky non so, e magari sgridava il chitarrista. Io sono uno che deve andare a braccio, e parlare, allora devo essere estremamente vivo, non che sia morto intendiamoci, ma non ho più quella cosa lì, mi deve ritornare. Poco alla volta la vita se ne va e farla andar via in modo così stupido..., tutto sommato va via in modo stupido, o con stupore, in fondo la radice di stupore e di stupido è la stessa, ma io non so chi sia più stupido tra me e la vita che se ne va. Io guardo, stanno andando via i pantaloni, i capelli, scema la virilità. Ognuno ha il suo modo di stare insieme con se stesso, rispetto agli altri, a poche persone, alla sua musica, alla sua arte contemplativa del momento, un giorno c´è un giorno non c´è. Io sono stato fortunato, ho avuto successo, il piacere di quel poco che vuol dire questa parola, e allora sono obbligato ad andare avanti. L´ho fatto volentieri perché... perché no? Per le cose che dico, che a me sembrano delle troiate, ma rimangono nella testa delle persone, e quindi vado avanti. Ho imparato».
Da chi ha imparato?
«Grande è stata la spallata che mi ha dato Dario Fo, se no rimanevo lì come una cipolla, e invece fino a sei sette anni fa ci sentivamo sempre, giorno e notte. Ora ci sentiamo di nuovo spesso. C´è sempre l´anima grande di questo maestro che ti impone di essere vivo, perché se lui ci sta ci devi essere anche te. Sono molto orgoglioso di essere stato aiutato, sono cose che fanno piacere. Sempre un po´ stupito e quindi stupido, mi ritrovo così... Ma tornare al vivo? Chissà se ne sarò capace».